La corolla del ricordo – una recensione di Narda Fattori

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Chiara  De Luca, La corolla del ricordo, Kolibris Edizioni, 2009, € 10

 

Un poeta oggi ha alcune consapevolezze piuttosto amarognole: non saranno i suoi versi a salvare il mondo, neppure potranno fornirgli risposte esaustive alle domande di sempre, non hanno poteri taumaturgici né garantiscono la sua sopravvivenza intellettuale. Inoltre gli complicano la vita con reading, presentazioni, contatti non sempre stimolanti e … vuotano le tasche.

Nulla è più impopolare della poesia. Ma i poeti, testardamente, continuano a scrivere, pubblicano, spendono “la parte migliore di sé” a limare, a ricercare una parola, quella sola che aderisce al senso del verso e al suo ritmo.

I poeti sono testardi ma non vivono al di fuori della comunità, dei suoi valori o disvalori, delle chiamate imperiose del mercato, dei mille problemi quotidiani che assillano  qualunque persona.

Infatti non sono persone diverse,  alieni-umani che colmano taccuini, scaffali di librerie e si rompono le unghie sulle tastiere dei computer.

Ciò premesso, per me ha avuto un senso leggere le liriche di Chiara, dure e duttili, che mi hanno porto con grazia quanto sta sul borderline dell’esistente: il male che si conosce e che si riconosce, sotteso all’atto stesso dell’esistere e quindi essenziale per dirsi vivi.

Ma accanto al male c’è la grazia di una natura mutevole e cangiante per analogia: “È stata così piccola la pioggia / nel cadere, docile e precisa per spezzare / il flusso silenzioso della notte…; “sono questa casa diroccata / di finestre cieche e fumo” e, meravigliosamente amaro: “Vento porta disperato il canto / di un bimbo che si culla nella pelle / contro il bianco duro della soglia.”

Quale consolazione possiamo, dunque,  chiedere se anche il bambino è segnato sulla soglia dura e ogni suo incanto porta via il vento?

A questa domanda risponde la poetessa stessa nell’atto di fede con il quale apre la raccolta: “Credo” il cui secondo verso afferma “nel sacro d’ogni incontro”.

Chiara ancora crede che si possa fare insieme intelligenza e convivio con altri che si incontrano e sono forse anche incoscienti della energia attivata che si può liberare per risanare ogni esistenza.

Possiede una sensibilità che deve proteggere a salvaguardia, ma non teme di mostrare la sua fragilità per darsi a se stessa e agli altri viva e vera.

“Bugiarda sempre Bologna si risveglia / dipana strade nel mattino e ridisegna / enorme il rumore di fondo”: Bologna, presenza a volte clamorosa a volte sottotraccia, scaraventa Chiara nel suo vissuto, nell’intrico delle strade e degli incontri, nei fallimenti esperiti e nelle gioie che una giovane donna come lei deve provare, intendo le gioie dell’amore che svaniscono così, d’improvviso come erano nate. Le liriche sono piene di riferimenti metaforici del paesaggio urbano: “strade ricolme dell’inutile / attesa di un motivo al tentativo”, “nidifica nell’anima sporca la neve” e non capiamo se è l’anima a essere sporca o la neve cittadina ridotta presto in fanghiglia. È un gioco di specchi e tutto si chiude nell’istante della parola che non riesce a significare e va inutile come i  lampioni istantaneamente spenti.

Parrà strano che una giovane donna possa titolare un’opera La corolla del ricordo; pare che solo ai vecchi (ma non si deve più usare questa parola!) sia concessa la consolazione del ricordo; ma è una stupidaggine: ciascuno di noi è ciò che è stato, ciò che ha avuto, ciò che ha perduto, ciò che ha sognato, ciò che ha esperito: noi siamo quello che abbiamo ammassato giorno dopo giorno, da formiche o da cicale.

Vale la pena citare i versi da cui nasce il titolo e che nella loro icasticità traducono lo stato dell’esistente: “Si riapre la corolla del ricordo / ora che fermandomi riascolto / e sono rovi a fondo nell’andare / ogni giorno dove non ci sono […] tra petali di gelo che improvvisi / si serrano per chiudermi nel boccio / dei miei sorrisi bianchi collaudati / a ingannare chi non sa vedere,”

Vorrei fare una piccola annotazione sull’esergo di Emily Dickinson: forse alcuni dei suoi versi più amari. Ma Chiara ha altrettanto ferme le certezze della signora auto reclusa in bianco? Lei così viva, attiva, ridente nei suoi mali?

 

Narda Fattori