Recensione di Giuseppe Vetromile a “Una data segnata per partire”, di Vera D’Atri

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Collana Chiara – poesia italiana contemporanea
VERA D’ATRI: Una data segnata per partire
ISBN 978-88-96263-13-6
pp. 114, € 12,00
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Attraverso la morte, / l’oleandro attende l’oleandro”. Sono parole misteriose, profonde, quasi mistiche, quasi un epitaffio, queste che compongono i primi versi di una composizione di Vera D’Atri, autrice di una silloge poetica davvero originale e interessante, dal titolo “Una data segnata per partire”. Nel leggere questi testi, devo dire con piacevole attenzione e un certo rapimento, mi hanno colpito in modo particolare questi versi di pagina 59, dai quali cercherò di sviluppare una serie di pensieri e riflessioni sulla globalità della poesia di Vera D’Atri.

In effetti, il dinamismo e la progressione della vita, del cosmo nella sua interezza, presuppone il passaggio continuo e indefinito dalla vita alla morte e dalla morte alla vita, in un ciclo di perenne trasformazione in sé di tutte le cose, ed il mito dell’araba fenice che risorge dalle proprie ceneri è in qualche misura anche qui riproposto: l’oleandro, per essere tale, deve prima attraversare la propria morte, per poi vedersi rinascere dai propri semi da se stesso generati con il proprio disfacimento. La vita aleggia dunque sul manto eterno e inestinguibile della rigenerazione, sull’ingerenza di se stessa con la disgregazione, da cui rinasce continuamente, e questo ciclo si automantiene e si autoalimenta incessantemente, forse grazie all’abbrivio iniziale di una forza o di una energia esterna, di una volontà che trascende il cosmo stesso. Ma questa è un’altra storia. L’automantenimento e la continua rinascita, la perpetua rigenerazione delle cose è possibile anche nel mondo della non fisicità e materialità, nel mondo dei sentimenti? Come è possibile tradurre in parole il dinamismo che irrimediabilmente, inequivocabilmente e inspiegabilmente, conduce alla disfatta del mondo che vediamo e sentiamo, per avere poi una speranza – ma solo una speranza – che tutto ricominci da capo? Magari con altre fisicità, ma con la stessa coscienza attuale di essere. E’ possibile?

Certamente la poesia è in gran parte espressione principale di questa sofferenza, di questo pathos che affligge l’uomo in quanto essere calato e formato nel tempo e nello spazio ma che aspira a dimensioni oltre e ultra. E il poeta ha a disposizione la parola, che può manipolare e strutturare in uno schema adatto a rappresentare questo sentire e avvertire il proprio limite, nonostante l’avanzare del tempo che trasforma e rigenera le cose in base ad una legge termodinamica ineluttabile.

Io penso che la maggior parte delle produzioni poetiche, in ogni tempo e in ogni luogo, abbia in qualche modo una stretta attinenza con il problema dell’essere e del divenire, e molti sentimenti, osservazioni ed espressioni che apparentemente si limitano ad una certa superficialità di descrizione del mondo, sono poi riconducibili alla sofferenza che deriva dalla consapevolezza razionale dell’immane e perpetuo trasformarsi del mondo in evoluzione, che presuppone appunto la morte e la disgregazione.

Ci sono poeti che utilizzano un discorso più o meno diretto, più o meno blando, ma che comunque rievocano, anche alla lontana, quel rovello. Ma con Vera D’Atri ciò non accade: ella non ha questo sotterraneo aggancio della parola poetica con il dolore dell’essere, causato dal sapersi improgionato in uno spaziotempo del tutto materiale; Vera D’Atri non ha un discorso lineare costantemente legato a quei riferimenti: come giustamente afferma Rossella Tempesta nella sua accurata prefazione, la nostra poetessa ha un linguaggio complesso, che molto difficilmente si può intendere ad una prima rapida e distratta lettura. Si può ragionevolmente affermare che la poesia di Vera D’Atri si libra autonomamente, è poesia pura nella poesia, vive di forza propria. Per giungere a quei riferimenti profondi di pathos, di cui dicevo prima, bisogna fare un volo in caduta libera: immaginare l’atterraggio dopo aver lasciato un corpo aereo bellissimo e colmo di figurazioni, metafore, allegorie, risonanze, simboli, che, ingegnosamente collegati l’uno all’altro in uno schema di rara efficacia poetica, conducono al nocciolo del problema esistenziale. Così leggiamo: “A volte sento precipitare / tutte quante le mie stagioni / come un improvviso cadere al centro della terra / e sono senza ritorno”, e ancora: “Nevicare, / posarsi come una moltitudine, / essere bianchi / senza più dolore e stare sulla terra / come un lembo di coperta / e tremare”. Sono evidenti a mio avviso i riferimenti alla precarietà e all’instabilità della vita limitata e limitante, in cui l’essere cerca speranzoso quel varco trascendente che gli faccia intravedere in qualche modo l’assoluto.

Vera D’Atri affronta quindi il suo viaggio poetico staccandosi dalla fisicità e dalla materialità della vita: segna sul suo taccuino la data e parte sicura e colma di ogni dovizia lessicale; il suo è un viaggio intenso, precipitoso ma non frettoloso; ella non lascia sulla pagina nessuna parola sovrabbondante, eliminando persino i titoli, che appaiono superflui nella costruzione monologante di un discorso intriso, come dicevamo, di termini-simbolo, e che tuttavia si presenta come un “unicum”, pur nella suddivisione del libro in tre parti: Luoghi, Esercizi, Consuetudini.

E’ senza dubbio una poesia alta e pura, quella di Vera D’Atri, perché la nostra Autrice ha una grande esperienza e padronanza delle parole, le utilizza e le reinventa sempre in modo sorprendente, ed è assai abile nel gioco di incastro di queste all’interno del verso e di tutto il contesto.

Si apre dunque la strada ad una poetessa che sa davvero interessare il lettore attento, emozionandolo con i suoi versi altamente plastici ed evocativi, di grande resa poetica.

Giuseppe Vetromile

14/1/10