Enzo Campi su “Segreta” di Chiara De Luca

Il “tutto” non è mai univoco.
C’è sempre da fare i conti con le “parti” che lo compongono : il bianco, il disadorno, il fuoco sotto forma di fiammella (lumen intestino) che si giustappone/contrappone all’acqua, la presenza rivitalizzante dell’aria, le labbra, l’occhio, ecc.

Sul piano visivo sono semanticamente significativi (signum e ficàre – fare segno – apporre la “firma” attraverso una “marca”) i passaggi dalla fiamma alle labbra e dalla fiamma all’occhio, ovvero la parola che viene dall’interno (il fuoco intestino) e si trasmette anche nel silenzio (smisuratamente espressivo) di uno sguardo.

Ci cono cose (soprattutto in poesia) che fungono da molla, si dilatano a spirale spingendosi verso altro e verso l’ “altro”.

Se il portarsi in fuori è la “messa in luce” della propria intestinità, se l’es-tendersi è il trampolino che permette al lumen di migrare verso un altro lumen, se l’alito di vento è, per così dire, il diktat del “soffio” (del resto “qui”, in questo luogo tenue , tutto è soffiato e rivolto a una scrittura areale ;- per areale s’intenda da un lato la leggerezza e dall’altro lato non tanto l’arealtà quanto una surdeterminazione della realtà verso una sorta di trascendenza), se l’acqua (metafora del “precipite”?) scivolando sulle labbra può ipotizzare la compresenza di un altro diktat (il processo paradigmatico della seconda strofa lascia pensare che la “parola”, metaforizzara in terra, sia resa fertile dall’acqua), se l’idea o, se preferite, l’idealizzazione -che è proprietà inalienabile di tutte le cose (qui presenti, assenti, evocate)- si concede il lusso di sussurrare (soffiare) e di essenzializzare la profusione d’acqua in una sola goccia (dal tutto alle singole parti), se quella goccia estirpata da un tutto sente il bisogno di delocarsi e di fissarsi in un altro tutto (il bicchiere), se tutto quello che accade è delicatamente smottato da quell’alito di vento che permette alle tende una sorta di “messa in mobilità”, se tutto questo vive, si sacrifica, sopravvive, si trascende, allora vuol dire che anche nell’arealità si può dare un “vortice”, il vortice della pagina bianca (il muro) ove smarrire (ma anche ritrovare) lo sguardo, il tempo, l’amore e la stessa scrittura.

UN SUPPLEMENTO
Un’altra ipotesi di lettura sarebbe quella dei quattro elementi: la casa come “terra” (ricettacolo e porta-impronte ;- ma lo stesso “corpo” è terra-di-sé-in-sé), l’acqua (non necessariamente catartica, ma comunque rigeneratrice), il fuoco (lumen intestino) e l’aria (sia la parola soffiata che la presenza, positivamente incombente, del vento).

UNA DETERRITORIALIZZAZIONE
Tutte queste “cose”, qui magistralmente assemblate (sia sul piano visivo che su quello poetico le singole parti sembrano vivere una nell’altra o comunque vengono metamorfosizzate l’una nell’altra).

Enzo Campi