La mancanza e il sentore della gioia, di Umberto Fornasari

recensione al video Il sentore della gioia, I parte – Mare, di Chiara De Luca

Improvvisamente, sul bordo del Mar Caspio, Abbas Kiarostami, regista, fotografo e poeta, nota un piccolo pezzo di legno sballottato dalle onde. Ha con sé la sua camera digitale e lo riprende. Ne esce un primo breve video, trasformato in videoinstallazione, alcuni anni fa, alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, con lo spettatore invitato a sedersi su un piano ligneo declinante fino alla proiezione del mare, al termine del declivio, a inquadratura stretta. Sullo schermo la vicenda del legno, il suo cambiare toccato e mosso ogni volta in forma differente, in una litania d’epiloghi d’onde che così bene dice il tempo; nella biografia di quel legno la balìa della vita di ognuno.

A questa prova di Kiarostami seguiranno altri video, tutti affratellati dal comune tema dell’acqua e infine raccolti, sotto il titolo di Five Long Takes Abbas Kiarostami, il cui spunto iniziale è stata, come raccontato dal regista, la scoperta della camera digitale e della conseguente possibilità di registrare, in ogni istante, l’immagine che attiva l’immaginazione.

Anche Chiara De Luca scopre, in questo tempo del suo percorso artistico, la camera digitale e con essa ci svela, nella prima parte di un lavoro che promette successivi capitoli, il gioco del dialogo nascente fra la sua parola poetica, fatta di gesti intensi e di profili personali, e la videoripresa, in un gioco abbracciato di visioni e vedute.

Anche Chiara sceglie il mare per questo primo muover di passo nel Sentore della gioia, ma privilegiando uno sguardo panoramico, ampie vedute della spiaggia diffusa nel grigio d’inverno, alternate a chiusure su primi piani, legati alla vocalità del verso che s’intona, che tornano a cedere il passo all’allargar di camera su di un aperto orizzonte.

Non si tratta, per lei, oggi, di porre occhio e verso sul tema della balìa dell’esistenza umana, così poeticamente contemplato dal regista iraniano, e neppure di esitare sul significato del tempo scandito dal ritmo del terminare dell’onda che s’appoggia all’onda e che tutto instancabilmente modifica, dimensione che pur ritorna nei suoi versi: se ci abbia infine perdonati il tempo / o soltanto graziati in assenza nel passare.

In Sentore della gioia, pur guardando anch’essa il mare, in questa bagnata terra invernale, Chiara De Luca si confronta con un paesaggio esistenziale abitato dall’esperienza dell’assenza e della separazione.

Che cos’è dunque la separazione? E’ qualcosa di cui non sappiamo nulla. Ma è la condizione della nostra realtà. Tutto ciò che è reale è separato e la separazione dà a ciascuna realtà contorno e forma, determinazione, senso e bellezza. Ma si tratta di una bellezza d’esilio, orlata d’inesistenza. Non basta a se stessa. Proprio ciò che la fa reale la separa dall’essere. (Jeanne Hersch)[1]

Il distacco sa strappare la carne e consistere nel taglio, in mutilata sofferenza, sa nominarsi come abisso dolente, capace di svaporare lo sguardo, che per vocazione punta oltre, e slabbrare, come un gesto di Francis Bacon, i tratti del nostro profilo. C’è un distacco che incarna la morte e c’è una morte che abita la vita, non solo come indicata destinazione senza senso contrario, ma come sua propria condizione. Il filosofo Carlo Sini dice così bene che il vivente è il sopravissuto e che solo conosce il vivere chi ne ha visto l’alternativa: la morte. Chiara De Luca in Acqua, ci ha accompagnati in questo misterioso segreto iniziatico dell’esistenza.
Ma esiste anche un distacco che invece acconsente a essere narrato, che a sua volta ci racconta, che nell’atto di separare apre una distanza come nuova possibilità della nostra biografia; esiste un distacco dentro il quale possiamo professare la nostra storia, pagina che trapela dallo strappo di pagina, di mancanza e di presenza insieme, ciò che siamo stati, ciò che siamo mancati d’essere, colui o colei che è mancato al nostro desiderare d’essere, e che infine, quale dolore che s’è fatto dono, partecipa al nostro divenire l’esatta forma che ora noi siamo. C’è una separazione che non strappa più, che non versa sangue e che neppure disarticola il nostro tessuto biografico; c’è una separazione che non offende la nervatura del nostro essere racconto, ma che anzi sentiamo di volere ascoltare e osservare e che ci rende corpo che attende a
mani aperte, corpo che sa stare di fronte alla mancanza, come di fronte a se stesso.
Guardando e ascoltando questa video poesia di Chiara De Luca ci raggiunge la sensazione di questo secondo profilo d’assenza, che ripete il suo nome nel segreto d’ognuno, come stigma cicatrizzato e potente del nostro esserci. Noi siamo separazione, la finitezza del nostro io, siamo la mancanza che ci abita. Tutto ciò che manca ci costituisce, ci definisce. A questa mancanza, alla memoria di questa sottrazione dobbiamo tornare, come la figura in rosso, la poetessa stessa, che appoggia il passo nel grigio invernale lungo il profilo del mare. Nel
forse che incede ripetuto a inizio verso, proprio come il salire e scendere dell’onda, Chiara pare interrogare questa separazione che ci costituisce, che sa di noi e che custodisce parte del mistero della nostra individualità.
In questo paesaggio poetico non s’evoca nessuna lacerazione, ma piuttosto una separazione redenta, alla quale tornare per specchiare in essa ciò che ora siamo.


Forse li ha succhiati via geloso

tra le ingorde labbra informi il mare
Forse li ha strappati via beffardo il vento

Forse li ha dissolti il fiato ardente dell’estate

O forse sono io che vi ho smarriti


Ancora dunque Jeanne Hersch: E’ un mattino di mistral. La schiuma bianca corre sul blu compatto del mare. Il vento tormenta i pini e i sugheri con raffiche brusche e rumorose. Una gavina si sforza di avanzare contro corrente nel cielo. Accanto a un boschetto grigio di querce, i getti giovani di un lentisco si schiudono in un verde squillante. Il luogo e l’istante traboccano di vita e realtà.(..) E’ la presenza smagliante del presente. L’addio è ovunque, perché è la realtà, perché è il presente.(…)
L’addio, nel reale, è ovunque. Tutto è mortale, anche il tutto
.[2]

Come seconda nascita e nuovo battesimo si affacciano i profondi versi di Chiara De Luca, battesimo per aspersione d’acqua, la stessa di quel mare che forse li ha succhiati via e svaporata da quel vento beffardo.
Come fosse un rito che ci riconduce all’origine, a quella cifra del nostro esistere dove oggi la finitezza prende il nome di mancanza, mentre apre un orizzonte d’attesa che promette il tutto e il nulla, fino là in fondo, all’esatto filo che annienta il mare e che nascostamente solleva la promessa di nuova onda. Sta forse in questo consapevole sentire, che poggia il passo oltre il dolore, il sentore della gioia disegnato oggi dai versi e dalle immagini di Chiara De Luca.

Per questo torno qui e attendo a mani aperte

i palpiti che adesso più non scuotono furiosi

l’anima evacuata dal violento inverno delle tue parole.

Umberto Fornasari



[1] JEANNE HERSCH, La nascita di Eva, Novara, 2000.

[2] JEANNE HERSCH, La nascita di Eva, Novara, 2000