Nigel Jenkins, hotel gwales

COLLANA GOLDFINCH
Poesia gallese contemporanea
NIGEL JENKINS, hotel gwales
ISBN 978-88-96263-23-5
pp. 234, € 15,00

Aprendo la porta di hotel gwales, divaricando l’incanto delle pagine, s’increspano domande nel sangue, domande d’indipendenza che la vita incontra come montagne. Qualcosa si allontana da noi, nei morsi in cui la morte aggiorna le nostre solitudini. Qualcosa torna da una pioggia mitologica, cercando un abisso di memorie nelle nostre ferite. Una scrittura che racchiude nei nervi il sapore dei libri antichi, una poesia piena di azione in cui si inseguono i fantasmi delle conseguenze. Lo scheletro della verità si annida nei testi più giocosi, danzando una ragnatela di consigli e metamorfosi. Tra i naufragi di un sogno pratico, l’occhio discende, guarda oltre la luce, osserva questa guerra interna rivoltarsi nella famiglia e parla alle mani, indicando il letto in cui siamo stati generati. L’inferno è forse il dolore che sappiamo di provocare agli altri? Ci chiede Nigel Jenkins, laddove il vento di una favola primeva ci sfiora il collo, trasformando le onde in schiaffi, facendo esplodere linguaggi di neve e carbone. Rifrange la bellezza– delinea le crepe pittoriche di un grido intarsiato di disperazione, quando la magia semina il tempo, e l’orizzonte frana tra i salici abbattuti. Lo squillo è letale nel gesto della madre, nel corpo che abbraccia il passato rincasando il sorriso in un rantolo. Bisogna squarciare lo sguardo e riannodare le colline agli avvertimenti, riprendere dal sisma le congiure, e ritradurre ancora l’inizio, dove i segni ardono e soffrono una realtà separata.
Nell’assenza di nebbia, la resistenza di un cavallo nero corre sul profilo della scogliera, incrocia senza controllo l’inclinazione del cielo– epica del germoglio che deve conoscere ogni nascondiglio,
e frusciare inafferrabile tra i versi, ghiacciando, scolpendo il ventre d’un amore rude e impermanente. Si solleva, nel sudore del canto, il cammino delle forze– e ci infiamma le mani questo libro meraviglioso, nel travaglio, nell’imprecare, nell’assoluto della tragedia, anche quando nega lascia la porta socchiusa. Lo sforzo di restare, di rimbalzare nello spavento– per non dimenticare la mattina in cui abbiamo sentito gli alberi parlare, mentre non facevamo nulla, se non chiamare per nome le cose che amiamo, riciclando l’anima nella carta del taccuino. Unica direzione l’ignoto, per non sprofondare in noi stessi, per poter varcare il confine delle parole, prima che svaniscano le labbra fredde a cui doniamo il bacio dell’altrove.

Gianluca Chierici