Fluendo, ancora – Poeti irlandesi sulla poesia irlandese

fluendoCOLLANA SGUARDI – Saggistica
A.A.V.V., Fluendo, ancora.
Poeti irlandesi sulla poesia irlandese

a cura di Pat Boran
Traduzione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-25-9
pp. 268, € 15,00

Antologia di scritti saggistici di poeti irlandesi sulla poesia irlandese contemporanea.

Contributi di: Eavan Boland, Pat Boran, Ciaran Carson, Theo Dorgan, Eamon Grennan, Seamus Heaney, Thomas Kinsella, Michael Longley, John Montague, Eiléan Ní Chuilleanáin, Nuala Ní Dhomhnaill, Bernard O’Donoghue, Cathal Ó Searcaigh, David Wheatley

e Richard Tillinghast

Introduzione

di Pat Boran

W. B. Yeats e Patrick Kavanagh nella prima metà del XX secolo, e Seamus Heaney, e forse una manciata di altri nel nostro tempo, sono poeti di rilievo e importanza a livello internazionale. Spesso, per ragioni di comodo, vengono classificati sotto la dicitura di “Poesia Irlandese”. Che è in realtà di difficile definizione, perché l’autentica “Poesia Irlandese” non si adatta a uno stendardo nazionale, o nazionalista, non è necessariamente confinata nell’isola d’Irlanda, e certo non può occuparsi in alcun modo diretto di temi apertamente “irlandesi”.
Il termine “Irish poetry” ha determinati utilizzi, come notano e apprezzano i poeti irlandesi quando viaggiano all’estero. Potremmo affermare che la combinazione dei termini “irlandese” e “poesia” nella formula magica “poesia irlandese” sembri produrre un certo potere e generare una strana attrazione, non riscontrabile in nessun’altra cultura linguistica. Liquidare questo fatto come esito di uno stereotipo fine a se stesso o di una caricatura equivale a sottovalutare i numerosi lettori forti che – anche nell’opera dei più fini e originali tra i poeti irlandesi – sono in grado di avvertire il senso di una voce collettiva che riterrebbero altrimenti difficile da definire. Il termine “Poesia irlandese”, per esempio, suggerirà spesso una forma espressiva lirica, quando non rurale, poi almeno una “scena” di esterno, o una sensibilità, e – da qualche parte nei pressi – la presenza di un dolore, di una tristezza, di un qualche genere di ferita, a evocare un passato su cui il presente sembra tremare come sulla superficie di un lago profondo. (A sostegno di questa tesi, potremmo chiamare in causa il verso dedicato da Auden a Yeats: “La folle Irlanda ti ferisce fino alla poesia”; situando opportunamente la ferita necessaria su uno sfondo di follia.
I poeti irlandesi continuano a essere consapevoli dei rischi e dei limiti insiti in una definizione che potrebbe rivelarsi restrittiva rispetto a complesse influenze e relazioni storiche e internazionali. Bisogna inoltre considerare la continua revisione della tradizionale “poesia irlandese”, attuata da chi la pratica alla luce di nuovi sviluppi e scoperte in tutto il mondo: l’influenza (di lingua inglese) di Auden e di Eliot negli anni ‘30, per esempio; dei poeti francesi su Denis Devlin e John Montagne, tra gli altri; la costante “connessione americana”, qui descritta da Eamon Grennan, poeta nativo di Dublino, che, come molti altri poeti operanti negli Stati Uniti – tra cui Mary O’Donoghue, Greg Delanry, Sara Berkeley, Gerard Donovan e James Liddy – è condizionata da una grande varietà di tradizioni. E, in ogni caso, il vigore della poesia di lingua irlandese funge spesso da pietra di paragone per i poeti irlandesi di lingua inglese, per molti dei quali – come Paddy Bushe, il defunto Michael Hartnett, Gabriel Rosenstock e Gabriel Fitzmaurice – si potrebbe dire che possiedano un doppio passaporto, in quanto traducono da una lingua all’altra, facendo in modo che inglese e irlandese si rinnovino e sfidino a vicenda.
A complicare ulteriormente il quadro, intervengono i numerosi poeti non-irlandesi (poeti nati altrove ma residenti in Irlanda – tra cui Eva Bourke, Richard Tillinghast e Mark Roper), che per molto tempo hanno contribuito alla vitalità della “poesia irlandese” e la cui gradita presenza amplia il significato della definizione stessa di “Poesia irlandese”.
Poiché scrivo questa introduzione a una settimana esatta dal 70° anniversario di Yeats (festeggiato a Sligo con una conferenza e un reading di Seamus Heaney), è forse inevitabile che io rivada con la mente al suo necrologio, pubblicato sul “New York Times” del 30 gennaio 1939 (disponibile online), che dipinge uno strano quadro, il cui intento potrebbe anche sembrare neutro, ma al contempo, considerando che fu scritto più di mezzo secolo fa, è riconducibile allo stereotipo:
Quando si dedicava al mestiere che si era scelto, la scrittura di poesie, saggi e commedie, Yeats lasciava spesso che la mente vagasse senza meta nel mondo della fantasia. Ed è per la bellezza delicata di tali opere che fu salutato da molti come il più grande poeta di lingua inglese del suo tempo.
Molto, ovviamente, è stato scritto su Yeats, Kavanagh, Heaney e altri, e potremmo sostenere che il termine “poesia irlandese” continui a porre un interrogativo anche per via dell’ampio dibattito che gravita attorno alla poesia irlandese – e cui molti nostri poeti contribuiscono in prima persona.
Per molti versi, il presente volume, è prosieguo di quell’interrogarsi, poiché segna anche una pausa nella discussione concernente argomenti generici, invitando a riportare l’attenzione sugli argomenti specifici: il poeta e le poesie stesse.

Guardando il fiume fluire

Nel 1999, e certo almeno in parte in risposta alle celebrazioni per la svolta del Millennio, che allora si andavano pianificando ovunque, Poetry Ireland, l’organizzazione poetica nazionale, sotto la guida dell’allora direttore Theo Dorgan, pubblicò l’antologia Watching the River Flow: A Century of Irish Poetry (a cura dello stesso Dorgan e di Paul Durcan). Per la preparazione di questa antologia, l’editore incaricò dieci figure di rilievo della poesia irlandese di occuparsi ciascuna di un decennio 20° secolo, scegliendo “dieci poesie che segnino, forgino o contengano in sé qualcosa del carattere essenziale di quel decennio”.
Il volume risultante fu uno dei più riusciti degli ultimi tempi, non soltanto per il modo in cui i sintetici saggi introduttivi davano un’idea del contesto di ogni singola poesia scelta, ma anche perché registravano quel che Eavan Boland (nella sua panoramica del primo decennio del secolo) definì la “splendida cacofonia di questo momento, le sue molteplici voci, i suoi molteplici intenti.”

I nuovi saggi

A un decennio di distanza, ora che Watching the River Flow non è più disponibile, il presente volume ripropone quei dieci saggi introduttivi, con l’intento di aggiornare il volume originario, includendo un certo numero di saggi pubblicati o rivisitati in seguito. Nell’insieme, essi mostrano come il fiume della poesia irlandese abbia continuato a scorrere per tutto l’arco dell’ultimo decennio o giù di lì. (L’idea di ristampare e forse anche quella di integrare i saggi originali è venuta a Thomas Dillon Redshaw, dell’Università di St. Thomas a St. Paul, Minnesota, che, come molte altre persone dedite all’insegnamento e alla promozione della poesia irlandese, ha lamentato a lungo l’assenza di una introduzione di questo tipo: accessibile a tutti e disponibile in singolo volume.
Nell’insieme, i nuovi saggi fanno riferimento a un gruppo vasto ed eterogeneo di poeti, senz’altro più numerosi dei 10 che era stato chiesto di scegliere agli autori incaricati di monitorare un decennio di poesia irlandese per Watching the River Flow. Senza dubbio questi nomi verranno inscritti nel tempo dalla storia, mentre voci che fino a ora non erano riuscite a farsi sentire emergeranno per la prima volta. Ovviamente – come molti tra gli autori di questi saggi sono intenti a dimostrare – ci sono altri poeti e altre poesie meritevoli che non hanno potuto essere inclusi qui, ma questa è una caratteristica che contraddistingue anche la più generosa delle politiche editoriali – se si vuole cioè attribuire un qualche peso al processo di selezione.
Nella seconda metà del libro, poi, Theo Dorgan offre una breve panoramica della poesia irlandese di lingua inglese, Eamon Grennan prende in considerazione la vasta influenza esercitata sulla poesia irlandese dalle “connessioni americane”, David Wheatley presta ascolto da vicino alle voci nordiche e ai nordici loquaci silenzi, con particolare riguardo a Ciaran Carson, poeta camaleontico, enormemente creativo e sempre disposto a rischiare; per parte mia, offro la versione – ridotta per l’occasione – di un discorso da me tenuto alla Yeats Winter School nel gennaio del 2009, in cui analizzo le risposte date al mondo naturale da poeti tanto diversi come Francis Harvey, Eamon Grennan, Mary Montague, Patrick Deeley e altri (più che di una tesi, devo ammetterlo, si tratta di un sentiero naturale, di uno schizzo delle recenti acquisizioni, che risulta però utile, almeno spero, come punto di partenza – il miglior contributo che un editore possa offrire nell’ambito di una compagnia tanto entusiasta). Per concludere, presenza molto ben accetta in questa sede è quella di Richard Tillinghast, poeta americano (ora residente in Irlanda), che getta un salutare sguardo esterno su una manciata di giovani poeti irlandesi che hanno ottenuto una certa considerazione nel loro paese natale.
Il fatto che i saggi aggiuntivi costituiscano quasi la metà del presente volume potrebbe essere considerato prova che la storia recente esige sempre un’attenzione costante e particolarmente scrupolosa. Per restare nella metafora del fiume che scorre: forse le correnti paiono vorticare sempre più in fretta attorno al piede. Poiché non pochi degli scrittori cui si fa riferimento in questi saggi non avevano ancora ricevuto un riconoscimento critico approfondito, in patria o all’estero, è auspicabile che la loro inclusione in questo libro sia d’aiuto al lettore interessato a scoprire dove si trovi la poesia irlandese oggi e che direzione potrebbe prendere nei prossimi anni.
A questo volume avrebbero inoltre potuto contribuire molti altri poeti/critici di tutto rispetto, come Dennis O’Driscoll, Peter Sirr e Mary O’Donnell, per citare solo alcuni di quelli che mi vengono in mente al momento. L’eccellente e fruibile Troubled Thoughts, Majestic Dreams (Gallery Press, 2001) di O’Driscoll contiene opinioni critiche su molti poeti irlandesi, e il suo Stepping Stones: Interviews with Seamus Heaney (Faber and Faber, 2008) è tra i più raffinati volumi in prosa che hanno per argomento la poesia – quella irlandese e non solo – usciti negli ultimi tempi. Mary O’Donnell ha prodotto una grande quantità di scritti critici: il suo saggio Irish Women and Writing: An Overview of the Journey from Imagination into Print, 1980-2008 non ha potuto essere inserito in questo libro, ma è incluso in un volume di saggi in uscita, ed è una lettura consigliabile sia perché tratteggia un quadro generale, sia in quanto testimonianza di un viaggio personale. I pezzi critici appassionati e minuziosi di Peter Sirr devono ancora essere raccolti in volume, anche se è possibile trovarne una buona parte online e su diverse riviste. Facing the Music: Irish Poetry in the Twentieth Century (Creighton University Press, 1999) di Eamon Grennan apporta un altro significativo contributo all’argomento, così come Preoccupations: Selected Prose, 1968-1978 (Farrar, Straus, e Giroux, 1980), tra gli altri, Object Lessons: The Life of the Women and the Poet in Our Time (Carcanet Press, 1995) di Eavan Boland e The Proper Word: Collected Criticism (Creighton University Press, 2007) di Gerald Dawe, per citarne soltanto tre.
Ad oggi non ci sono molti scritti critici in cui poetesse irlandesi prendono in considerazione l’opera delle loro contemporanee. Questo non è però indice di scarso interesse da parte loro, bensì costituisce motivo di rammarico per me ora che mi appresto a definire la presente opera. Spero che, ad ampliare il discorso e aggiungere ulteriori dettagli al quadro qui presentato, possa in futuro contribuire la pubblicazione di un manuale in cui poeti irlandesi, sia uomini che donne, si confronteranno con l’opera di un solo poeta, il loro preferito o uno tra quelli che su di loro hanno maggiormente influito, che sia, o meno, d’origine irlandese. Ovviamente la poesia delle donne risalta nettamente in questo libro, e vi è possibile ripercorrere la difficoltosa scalata alle stampe compiuta dalle poetesse irlandesi della seconda metà del XX secolo (scalata spesso evocata in me dal titolo stesso della raccolta di Mary Dorcey, Moving into the Space Cleared by Our Mothers, pubblicata nel 1991). Allo stesso modo, molte figure riconosciute, come Eavan Boland, Paula Meehan, Moya Cannon e Mary O’Malley e altre; e poetesse più giovani come Sinéad Morrissey, Mary Montague, Áine Ní Ghlinn e Caitríona O’Reilly sono soltanto alcune tra le donne la cui importanza nell’ambito della poesia irlandese è giustamente riconosciuta in ulteriori scritti saggistici.
Avendo tempo e risorse a disposizione, mi sarebbe piaciuto veder nascere una lettura approfondita di molti altri poeti cui non viene dato risalto in questa sede, tra cui, per esempio, Trevor Joyce, Maurice Scully e Mairead Byrne, poeti che non operano in quello che potrebbe essere definito il flusso portante della scrittura irlandese, ma che tuttavia – per la consistenza delle tracce da loro lasciate – contribuiscono a delineare una scena sorprendentemente eterogenea. Di fatto, la ricchezza e l’eterogeneità della poesia e dell’editoria poetica irlandese contemporanee (occorre riconoscere non soltanto il ruolo fondamentale delle maggiori case editrici ma anche quello dei piccoli editori come, tra gli altri, Summer Palace Press, Bradshaw Books, Doghouse Books, Lapwing Publications e Wild Honey Press) potrebbero far sì che anche al più fedele dei lettori risulti difficile tenere il passo. Il libro nato dalla ristampa aggiornata dei saggi originali di Watching the River Flow ha finito per risultare più maneggevole della sorta di enciclopedia che mi ero ritrovato ad auspicare, e che dovrà attendere un’altra occasione.

La “splendida cacofonia”

Preparando questo volume di saggi, chi scrive si è trovato in forte disaccordo con l’ipotesi formulata nel 2008 da Justin Quinn in The Cambridge Introduction to Modern Irish Poetry, e cioè che presto potremmo trovarci di fronte alla “sparizione dell’Irlanda” e, per estensione, della poesia irlandese. Sono il primo ad ammettere quanto sia necessario e inevitabile che opere di questo tipo abbiano carattere selettivo, ma un’affermazione di questo genere mi appare risibile in un libro che omette di render conto di così tante tra le presenze più attive sullo scenario contemporaneo – Dermot Bolger, Moya Cannon, Philip Casey, Michael Coady, Tony Curris, John F. Deane, Katie Donovan, Theo Dorgan, Celia de Freine, Anne-Marie Fyfe, Mark Granier, Francis Harvey, Kerry Hardie, Thomas McCarthy, Gerry Murphy, Mary O’Malley, Paul Perry, Joseph Woods, Macdara Woods e Enda Wyley, tra gli altri.
Se ci si limitasse a gettare il più superficiale degli sguardi possibili su quanto sta avvenendo in Irlanda in questo momento, risulterebbe alquanto difficile fare qualsiasi previsione attendibile rispetto al futuro della poesia irlandese.
Potremmo affermare che, nell’ambito della poesia irlandese contemporanea, è più facile che un responso negativo giunga nella forma del silenzio o dell’assenza, piuttosto che nell’applicazione diretta di un qualche apparato critico. La questione del duplice ruolo del poeta/critico continua a coinvolgere molte persone ed è degna di essere discussa. Sull’argomento hanno scritto, tra gli altri, Dennis O’Driscoll e David Wheatley. Piuttosto che appesantire questo volume con una infinita introduzione, ho preferito proporre un possibile filone da seguire per questo dibattito, postando un saggio sul blog di Dedalus Press, dove il lettore potrà trovare anche i link alle pagine di molti dei poeti citati nella seconda parte di questo libro.
A parere del sottoscritto, l’elemento arricchente, piuttosto che limitante, insito nel termine “poesia irlandese”, è il modo in cui esso avvicina l’opera di scrittori tanto distanti come Dermot Healy, Vona Groarke, Eamonn Wall e Nuala Ní Dhomhnaill, Derek Mahon, Paul Muldoon, Paula Meehan e Maurice Riordan, nessuno dei quali pare minimamente limitato dagli sforzi compiuti dai colleghi, e ciascuno dei quali si confronta con la storia e le tradizioni, arricchendole e lasciandosene influenzare in quanto cittadino e scrittore, qualunque siano i suoi attuali interessi geografici, storici e stilistici.
Spero che i saggi raccolti e riorganizzati in questo volume possano servire da introduzione a ciò che, citando Yeats, nella sua Introduzione a Watching the River Flow, Theo Dorgan definì il “fiume vivo” – dalle cui sponde oggi le acque appaiono più che mai piene di energia.

Lá Fhéile Bríde 01 Febbraio 2009