La corolla del ricordo – Recensione di Federica Volpe

COLLANA CHIARA
Poesia italiana contemporanea
CHIARA DE LUCA,
La corolla del ricordo
ISBN 978-88-96263-08-2
pp. 48, € 10,00

LA COROLLA DEL RICORDO

di Federica Volpe

La corolla del ricordo è un testo imperdibile.

Contiene in sé un’umanità senza fondo, un’umanità che fora e sfiora il disumano (o meglio il sovrumano) poiché rintanata tra le pieghe raffinate d’una poesia pura, ricca, che mai scende a compromessi con la banalità e la pochezza di cui il mondo vive  e s’intossica così facilmente.

E questa umanità immensa, questa poesia titanica, hanno un volto,  e un nome: Chiara De Luca.

L’opera, divisa in due sezioni, si apre con tre versi che hanno tutto il sapore dell’eterno, tutta la consistenza eterea d’una poesia profonda e ben studiata:

Ancora vengo ad annusare l’abisso,

riaprirmi le vene per immergere

la penna e sanguinare versi sul silenzio

Si potrebbe dire, osando un po’, che in questi tre versi sta racchiusa una parte della poetica della poetessa, composta di tre elementi.

Uno è l’abisso, il vortice assurdo dell’ignoto, dello sconosciuto, dell’oscuro, che viene annusato, con una confidenza quasi amicale, ed è la fonte primaria e primigenia della poesia stessa.

La seconda componente, che è rappresentata dal secondo e da parte del terzo verso, è, invece, il dolore. Esso è appunto inchiostro necessario senza il quale non sarebbe possibile compiere il parto di quell’abisso annusato, ed è un dolore sentito così profondamente necessario da divenire quasi volontario (“riaprirmi le vene”, la cruenta azione è svolta dall’io narrante, che fa uscire da sé quell’abisso, quel dolore, visto dalla poetessa come il suo stesso sangue, una parte di lei, che le appartiene e che viene donato al foglio).

Il terzo elemento, infine, è rappresentato dal silenzio. Esso è altra componente fondante e fondamentale della poesia della De Luca, senza il quale la poetessa non potrebbe scrivere: lo descrive come foglio sul quale la poesia va a giacere. Il silenzio le consente la rielaborazione, la solitudine necessaria al conoscersi e al conoscere, la ricerca del coraggio che serve raccogliere per il parto.

I temi dell’opera poetica vera e propria sono vari ma ripetuti, cadenzati in modo ciclico come danza imposta all’animo della poetessa scolpito dal tempo e dalle ferite che esso le ha inferto.

Vi è un continuo ritorno di un passato che la ossessiona, che non vuole staccarsi dalla pelle, che non vuole smettere di essere suo, di torturarla, di tirarle le braccia per farla voltare indietro (gli sguardi piantati / a sangue su ciò che sei stata); (Si riapre la corolla del ricordo).

Vi è un continuo pensare alle parole, e alla loro inutilità, alla loro pochezza, ai rapporti falsi che si vanno creando tra persone non disposte al donarsi, al condividersi, troppo impaurite e incapaci, che si schermano dietro i falsi sorrisi (Nessuno nell’aria del mattino – nell’uscire / presto lo spavento della notte – placa il sorriso/ bugiardo)  e dietro alle tastiere dei PC (…e il vuoto / dei ti voglio bene da tastiera / e immensa stima…).

Vi è un continuo rimando alla natura, una natura spesso empatica, una natura che strozza, crolla addosso, costringe, (guarda come impercettibile / precipita l’intonaco del cielo); (Vento porta disperato il canto / di un bimbo che si culla nella pelle).

Vi è un continuo rimando alla città, Bologna, alle sue stazioni (Nostalgia di treni e di stazioni /di chi si siede e senza domandare / inizia a raccontarti la sua storia), al rapporto complicato che vige tra la poetessa e la città stessa (bugiarda sempre Bologna si risveglia), alle persone che la calpestano e l’attraversano (Vedi quante palpebre ha sull’autobus la vita).

Vi è un continuo buio, un’atmosfera tetra, ferita, disperata, sublimata e illuminata, però, dalla poesia, che diventa così una poesia fatta di luci ed ombre, fortissima, grandissima, profondissima.

Ho spesso definito la poesia di Chiara De Luca “luce lugubre”, poiché rende bene questo suo essere buio che esplode di luce, e questo suo far spiccare il fiore luminoso dell’arte solo dopo più letture, solo dopo aver ricomposto i lembi d’una poesia sofferente, ansimante, spezzata, solo dopo aver colto il momento fulmineo in cui il boccio s’apre e sparge in tutto l’essere del lettore il suo agrodolce profumo.

Chiara De Luca implora ed impone pazienza, passione, silenzio.

Solo allora  la poetessa sa donarsi, aprirsi, far riaprire “la corolla del ricordo”.



È strano vedi come possa il vento
liberare il cielo e alleggerire in volo
le braccia degli alberi di nuovo genuflessi.
Prigioniera in casa manca ancora tanta luce
bevuta dal palazzo a pochi metri desertato,
mentre sul terrazzo i panni giocano coi fili
appesantiti danzano sgraziati e come ignari
del tempo segreto che battuto dal silenzio
da mesi nel quartiere non fa che replicare
la bellezza dura dei tuoi occhi nell’andare
la tragica saggezza che traveste le paure
le grida dei bambini in quel cortile
così pure

Novembre si ribella all’assalto dell’inverno
grandi crepe dilatate nelle nuvole dal vento,
un passo si appoggia lentamente dopo l’altro
tentando di alterare il volgere del tempo,
abitiamo un anno intero la distanza di una sera
vorrei essere di strada ma la strada non è chiara,
saperti dietro i vetri è la nuova vocazione
rigiro in bocca il fiato come una preghiera
ma il battito ha il ritmo di un’altissima canzone.
Il buio è disegnato in cerchi brevi dai lampioni,
auto in fila indiana sono stanche di arrancare
aprendosi per terra un varco lucido d’asfalto,
loro sono giovani e spogliate di tormento
insanabile sui viali a tarda notte il gelo.

Vento porta disperato il canto
di un bimbo che si culla nella pelle
contro il bianco duro della soglia.
Appena lo distraggono le ombre
di cose che hanno assunto lentamente
nuove forme strane per tenere
assente compagnia nel male.
Sfinita fantasia che fonde il buio
rimodella senso al vano della terra,
mentre a voce bassa nenia dove
sei assottigliando il fiato attorno
a un crescendo muto in gola al taglio.

Forse capirai un poco il giorno
che scivolerai tra i banchi del mercato
quando in fretta tirano le tende all’ora
di chiusura. Quando varcherai in silenzio
il portone in legno austero di una chiesa
mentre il coro intona l’ultima preghiera
e il prete sta benedicendo già chi c’era
Quando ti ritroverai la sera a rimandare
l’ora dell’uscita in giro nel quartiere
per poter sentire sempre quel fragore
di saracinesche esplodere le strade
Quando attenderai ogni notte per dormire
che sia spenta in alto l’ultima finestra,
lo saprai anche tu il sentore del finire
spendere la vita senza tregua ad iniziare
perché alla sorgente l’acqua non ricorda
come in uno schianto termini la corsa