Silvia Albertazzi, La casa di Via Azzurra

COLLANA CHIARA
Poesia italiana contemporanea
SILVIA ALBERTAZZI, La casa di Via Azzurra
Prefazione di Chiara De Luca
Postfazione di Rita Monticelli
ISBN 978-88-96263-38-9
pp. 80, € 15,00

 

La casa di via Azzurra, sembra un titolo inventato, creativo e simbolico, azzurro come il ricordo e la memoria che questi frammenti poetici lasciano nel nostro pensiero, azzurro come la memoria che colora il passato e lo ritrasforma in parole, azzurro, come il ricordo dell’infanzia e della giovinezza, ma anche come gli orizzonti a cui si continua a tendere. Via Azzurra è in realtà una via ‘reale’ e concreta di Bologna, ma a chi non piacerebbe vivere in una strada con un nome così bello? Nonostante Silvia Albertazzi ricordi la casa di via Azzurra anche come “casa da servi, con l’entrata sul retro, / senza posto neppur per una culla”, infrangendo il confine tra immaginazione (nostra e poetica) e concretezza del reale. Nelle sue poesie, Silvia Albertazzi non vuole fare un percorso soltanto di ricordi, tuttavia l’ordine cronologico segna il percorso creativo della poetessa, legato alla sua esperienza personale e intellettuale.

Silvia Albertazzi dedica il libro a Stefano, Gian Franco e Roberto e a Tommaso, che (nella casa di via Azzurra) non c’era ancora; ci ricorda i propri affetti amicali e familiari, mentre la citazione da “La casa dei doganieri” di Montale ci rammenta i suoi affetti letterari, e ci apre al ricordo e al ‘passaggio’ tra diverse ‘dimore’ concrete, affettive e simboliche.

 

Dalla postfazione di Rita Monticelli

 

 

 

Nell’anima pervasa dalla luce azzurra – che troppo spesso trema di paura o vibra di attesa – molte finestre sono chiuse. Possiamo spiare tra le fessure delle persiane, ma non schiudere le imposte oltre lo spiraglio.

Altre finestre sono invece aperte e danno su paesaggi avvolti da una nebbia lieve e che però sovverte totalmente la visione, finché le cose emergono a sorpresa, ora opache oppure evanescenti, ora accese di visioni. Per poi esserne inghiottite nuovamente in attesa di diventare altro ancora, vita che riemergendo si fa nuova. Altre finestre ancora affacciano sulle strade e sulle piazze di Bologna, che chi la vive e abita riconosce immediatamente, provando però al contempo un senso di estraneità, nel fendere l’aria fredda di una inspiegabile distanza. Perché nella casa azzurra dell’anima da cui la poetessa osserva il mondo ci sono cantine oscure, dove da tempo non si vuole più guardare, scale scivolose strette che una volta risalite nessuno ha più percorso. E c’è un sottotetto con un lucernario da cui si guarda il cielo fino a sentirlo tanto accanto da potersene avvolgere, senza riuscirci mai.

Dalla prefazione di Chiara De Luca

 

 

La casa di Via Azzurra

 

 

Lo vedi, esistono sul serio i pettirossi

non ti aveva fregato la maestra

che ti parlava in terza elementare.

E gli alberi mettono foglie a primavera

e fiori nascono così, da un giorno all’altro.

È proprio vero: gli uccelli hanno un nido

e ci tornano alla fine della corsa.

Ci son voluti vent’anni e un po’ d’amore

perché vedessi dal vivo la lezione.

E a tuo figlio quanti anni ci vorranno

per dare un senso alla primavera

che mai vedrà dalla casa di via Azzurra

(casa da servi, con l’entrata sul retro

senza posto neppur per una culla)?

 

(Aprile 1976)

 

 

 

 

 

 

 

 

Precariato, I

 

 

(Qu’est-ce-qu’il y a , qu’est-ce-qu’il y a, maintenant,

Entre les tours de Bruges et Gand?)

 

Invecchiamo un poco alla volta – senza soldi

ma con un sax che ci piange nel pugno.

C’era il sole sulle torri del mattino,

ora è nebbia a coprirle nella sera.

Si accumulano gli inviti sul mio tavolo

e gli impegni scribacchiati sul taccuino:

è una vita di parole da altri dette,

scritti altrui mi bruciano le mani.

Al crepuscolo ci troviamo nel silenzio,

blu il tuo viso nella luce che scompare.

Non mi dire che ci stiamo sprecando:

sempre una porta difende i nostri sogni.

 

Ci sono state giornate sui canali

– l’acqua, un miracolo, per chi vive sulla piana –

lunghe serate al confine dell’autunno.

Lo sapevamo che un treno ci aspettava

e tuttavia vivevamo del presente:

neanche una lacrima il giorno del ritorno

tanto la fine era già prevista.

Forse non serve andare e ritornare

e ancora andare senza mai fuggire,

quando si parte aprendo una parentesi

che tornando si chiude riprendendo

un discorso da anni trascinato.

 

(Est-ce-qu’il pleut, est-ce-qu’il pleut, maintenant,

Entre les tours de Bruges et Gand?)

 

A Gand pioveva, c’è il sole a Bologna,

noi ci bagnammo tra i merli del castello

e poi scendemmo a bere un tè bollente.

Era un salone di merletto antico,

paste alla crema e argenteria abbrunita.

A Bruges il sole, pioverà a Bologna,

noi sui canali, turisti sul battello.

Era l’autunno a indorare l’acqua,

mentre cantava il sole sui selciati

benedicendo domeniche fiamminghe.

Pigrizia assente, pomeriggio di febbraio

giorno di festa che muore in un teatro.

 

Dopo, gli amici verranno a salutarci,

magari andremo noi a ritrovarli.

E parleremo di ieri e di domani

con sguardo assente e senza sbottonarci.

Ci offriranno caffè e pasticcini

forse un liquore prima della cena,

e le parole crepiteranno piano

spegnendo in cenere la rivoluzione.

Sull’ultim’ora ci sorrideremo

augurandoci stanchi buonanotte.

E penseremo, ma proprio piano piano

che ogni estremo di beni annuncia un male.

 

(Autunno 1976)

 

 

 

 

 

 

 

 

Meditazione sulle pareti di via Azzurra

 

 

Carlo,

i manifesti ingialliscono sui muri

e mi domando che sarà di Brecht

quando entreremo nella casa grande.

La barba azzurra e lo sguardo bonario

guardi dall’alto e già ridi del mito

che ci immagina allegri in altro luogo.

Non ti spaventa Amleto col pugnale

né la pena che uccide il carnevale

o del pastore la noia vagabonda.

Guardi dall’alto, ammicchi a Malatesta

e ti rallegri ché non devi scendere.

È dato a noi vivere sulle piazze

nostre precarie avventure quotidiane:

è dato a noi morire per le strade

mentre il tuo nome si spegne sulle labbra.

A te non resta che accoglierci la sera

– la barba azzurra sempre più arruffata –

per una buona notte frettolosa,

dove nei sogni nessuno mai reprima

mitra alla mano la voglia di danzare.

 

(17 maggio 1977)

 

 

 

 

 

 

 

 

Commemorazione

 

 

Mi piace il sapore di sale

che ha il pane

quest’estate.

Restare sul balcone

e guardare la sera

e pensare Ferragosto

e solitudine intorno.

Masticare lentamente

mentre si fa grigio

e svanisce anche la fame

da dividere insieme.

 

(15 agosto 1977)

 

 

 

 

 

 

 

 

Silver Jubilee Medallion

 

 

Incontriamoci come al solito a Bologna

non ci siamo mai mossi da via Azzurra

siamo nati su un letto a mille piazze

e una piazza ci raccoglie nella sera.

Incontriamoci come allora al primo buio

e prendiamoci per mano su di un ponte

poi diciamoci del sogno di una casa

di una porta da chiudere la notte.

Incontriamoci già stanchi di lavoro

senza voglie e con le mani in tasca

per andare una strada come un’altra

ascoltare i passi sul cammino.

Incontriamoci al pranzo di famiglia

rimpiangendo consumate cantilene

a scambiare frasi vuote coi parenti

per non piangere mie e tue malinconie.

Incontriamoci con gli amici all’osteria

per parlare di niente e stare insieme

per discutere coi bicchieri pieni

per sorriderci coi bicchieri vuoti.

 

(Autunno 1977)

 

 

 

 

 

 

 

 

Notizie da via Cartolerie

 

 

Vuoi notizie di qui

di questo ottobre

rosso sui muri medievali,

dorato tra le foglie

lungo i viali.

È autunno tiepido,

come forse ne ricordi;

com’era l’anno scorso,

ai giorni di Montauk,

e l’anno ancora prima,

quello dei grandi incontri –

– Kureishi, Rushdie:

lettere per il mondo –

e prima, prima ancora

tra postmoderne splendide sconfitte.

Bologna ci regala questi autunni

quando è bello inseguire a mezzogiorno

la luce gialla dalla tenda grezza.

Vuoi sapere che n’è di tutti noi:

non molto che tu non possa immaginare.

Ancora misuriamo a lunghi passi

corridoi che tu hai calpestato –

tanti volti oramai sono scomparsi

dalle file di chi attende una parola.

Bisognerà  ricominciare tutto,

anche quest’anno, ancora un’altra volta.

Tante frasi dovranno essere dette;

tante altre dovranno essere scritte.

E tanti sogni lasciati ad ammuffire

perché questo non è tempo da fiabe.

Cambiano figure, simboli, colori

si prendon le distanze dal passato.

Così lo so che resterò da sola

a inseguire storie già vissute

a cercare con muta testardaggine

di mutare lo spirito del tempo.

Ma nessuno quest’anno saprà più

porgere orecchio ai miei costanti dubbi;

ché malgrado il tempo sia propizio

e la luna risplenda alta nel cielo

non andremo, sappiamo, mai più insieme

vagabondi fino a tardi nella notte.

 

(Ottobre 1990)