Ranieri Teti, Entrata nel nero

Ranieri_TetiCOLLANA CHIARA
Poesia italiana contemporanea
RANIERI TETI, Entrata nel nero
Prefazione di Chiara De Luca
ISBN 978-88-96263-50-1
pp. 60, € 12,00

È un libro che trasuda buio quello di Ranieri Teti, spuria essenza di notte che condensa per consentire alla luce di piovere più autentica e forte, più feroce e ardente. Per poi concentrarsi e premere contro le pareti dure della parola scabra e spogliata fino a creparle, sgretolarle, defluendo infine in un dire poetico che di fatto rifugge l’oscurità più densa, in una intermittenza tra istanti di accecante chiarezza e repentini silenzi, ammuttolimenti e mutamenti, minuscole eclissi di spazi bianchi che preludono all’alba di un nuovo verso, o crepuscolari non detti che si chiudono nel punto esatto in cui si spalanca la sorgente del silenzio, per scagliare le parole oltre la diga della ragione. Entrare nel nero significa ritornarsi, discendersi dentro e spaccarsi per stillare sul limite del solco, coincidervi al confine con l’attorno, nel passaggio angusto tra il buio che si è stati e lo sbocco che si è, costretti o forse avvolti nell’alone di luce incerta di un futuro a stento figurato, nell’opaco che ci separa dalla superficie, “in questa brevità sospesa // tra non ricordare non dimenticare”. Perché il nero è “metà colore metà abbandono”, è grumo di ricordo e gravità di distacco, ed è accenno, sfumatura di tonalità futura. Noi stiamo nell’intercapedine, nel passaggio e nel passare. Non nel flusso, non nell’onda, né nel gorgo vorticante, bensì “nell’acqua trattenuta dalla sponda”, quella dove posa il piede prima dello slancio, prima del tuffo nell’oscuro lucore del non sapere, che è potenziale. Stiamo nella poca luce della eventualità, nel sussurro, nell’amnio cruciale del volo immaginato, mai prima osato. Divoriamo noi stessi per ripartorirci, ci consumiamo fino al nucleo per scoprire l’essenza, lo stoppino che ardendo ha restituito l’oscuro e può rifare luce, perché è “la voce che ha guardato per prima / la bocca fare a pezzi parole”, la sorgente inghiottire lo zampillo. Così come “è sabbia anche la bocca che divora la voce”, è riva friabile al margine di sabbie mobili, richiamo che rinnega, forse per paura del sole della comprensione a picco sul discorso, dell’irraggiarsi della comunicazione quando il calice del dire si frange in sillabe, esatti frammenti a specchio della parola intera e buia che siamo. Per troppa conoscenza del nero che è della scrittura, del “baratro offerto a chi è deserto”, per riconoscersi di vuoto nell’abisso, consapevoli che “nella pienezza è radicata l’assenza”, così come nell’oscurità la luce. Mentre le parole sfilano “sul bianco da un precipizio all’altro”, noi le seguiamo perciò a occhi stretti dal basso, accucciati nell’abisso, riparati dal silenzio delle cose, dove l’acqua tende, o piuttosto vorticando si frange per tornarsi, risalire, “non appartenere che a transiti e mutamenti”, ovvero vivere.

Chiara De Luca