Al via la collana di narrativa di Kolibris

in uscita a luglio

 

 

COLLANA ANTRACITE – Narrativa contemporanea
JOHN BARNIE, Storie della Shopocrazia
Traduzione di Chiara De Luca 
ISBN: 978-88-96263-52-5
pp. 250, € 15,00 

 

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Poiché la maggior parte dei membri della shopocrazia avevano origini umili o, nel migliore dei casi, modeste, tendevano sempre a essere “prudenti”, per dirla con le loro parole. Questo atteggiamento assumeva diverse forme. Una consisteva nell’attitudine prudente nei confronti degli affari. Il gelato di mio padre era così popolare che fu più volte esortato a espandere il proprio giro d’affari, mettendo su una piccola fabbrica, per vendere ai bar del Galles Sud orientale. Lui fingeva di prendere in considerazione la cosa, ma in realtà non fece mai un solo passo in questa direzione. C’è un confine netto tra l’essere un negoziante e l’essere un imprenditore, e i membri della generazione di mio padre non lo varcarono mai. Quelli che ereditarono un esercizio dai loro padri, vi apportarono pochi cambiamenti. Dorothy e Harold gestivano il negozio di tabaccheria e barbiere quasi come avevano fatto Ernie e May. Nel 1969, quando mio padre andò in pensione, a Dorothy venne l’idea di rilevare la sua gelateria con la formula relativa a un esercizio già avviato. Dorothy abitava vicino a noi e la sua famiglia possedeva da sempre l’immobile. Ma ciascun affare ha i suoi termini di riferimento, e le capacità e l’esperienza che occorrono per gestire un negozio di dolci sono diverse da quelle necessarie per gestire una tabaccheria. Il negozio di dolci non prosperava così, dopo qualche anno, Dorothy e Harold dovettero arrendersi e affittarlo.

Il signor Shackleton aveva ereditato la farmacia fondata dal padre. Vi apportò soltanto pochi cambiamenti, ma abbandonò lo studio fotografico, che era stato uno degli interessi del padre. Per molti anni, la gente del posto vi era andata per far realizzare ritratti dei figli, oppure foto ufficiali di fidanzamento. Allo studio si accedeva attraverso uno stretto corridoio di fianco al negozio ed è là che, durante gli anni della guerra, fui portato per un ritratto con mia madre. Anche se, come molti farmacisti, Bill Shackleton si dedicava alla macchina fotografica e alla cinepresa parallelamente all’attività principale, era felice di stare lui stesso in farmacia. Soltanto quando gli subentrò il figlio Shackleton espanse il suo esercizio, dapprima rilevando un’altra farmacia in città, per poi avviare una piccola catena.

Questo tipo d’imprenditorialità era troppo per i negozianti della generazione di mio padre. Non era una delle loro aspirazioni. Essendo venuti dal nulla, si accontentavano di portare avanti il proprio esercizio, che procurava loro introiti ragionevoli. Erano per natura dei risparmiatori. Consapevole della propria età avanzata, mio padre fece solo investimenti prudenti in titoli e azioni, sempre prediligendo titoli di stato, o comunque titoli sicuri. Non azzardava mai speculazioni di compravendita, vendendo per riacquistare quando i prezzi crollavano; sarebbe stato troppo rischioso, e i membri della shopocrazia evitavano il rischio. Lo scopo di mio padre era quello di costruirsi un fondo pensione, una sorta di pensione privata, e vi riuscì.

La prudenza riservata alle questioni importanti si rifletteva anche nelle questioni secondarie. Quando mio padre versava una bottiglia di latte nella caraffa, metteva con cautela la bottiglia vuota in equilibrio nell’angolo, contro l’orlo della caraffa, dove la lasciava per diversi minuti, in modo che non vi restasse neppure una goccia di latte. Per anni, quando eravamo bambini, mio fratello e io facevamo il bagno dopo mio padre, usando l’acqua in cui si era lavato lui. Il bagno si faceva la notte della domenica e nessuno di noi l’ha mai fatto più di una volta a settimana. La vasca da bagno era ampia e profonda, in stile eduardiano, su gambe in ferro battuto a forma di zampa di leone; doveva risalire ai tempi in cui la casa era stata costruita, nel 1903 circa. Mio padre amava riempire la vasca quasi fino all’orlo e sdraiarsi restando in ammollo prima di lavarsi. Poi era il turno di noi ragazzi, che scavalcavamo, una gamba alla volta, l’alto bordo della vasca, per immergerci fino alle spalle nell’acqua tiepida, di un pallido grigio saponoso, con una striscia di sporcizia che andava formandosi lungo il bordo, al livello dell’acqua. Sicuramente è così che andava nel Vecchio Carcere di Monmouth, con sette bambini e due adulti che facevano la fila per il bagno settimanale. Per mio padre non faceva una piega; c’era l’acqua, era ancora calda, perché sprecarla? Per noi bambini era semplicemente un dato di fatto.

Con il fuoco era lo stesso. Anche se c’era un camino in ogni stanza della casa, comprese le camere da letto, in inverno lo accendevamo soltanto in una stanza alla volta. Al mattino in cucina, dove mio padre lo preparava e accendeva appena alzato. Durante il giorno lo alimentavamo con polverino di nocciole e, con un po’ di fortuna, al nostro ritorno a casa era ancora acceso, così, servendoci dell’attizzatoio, spaccavamo la crosta dura del polverino per portare allo scoperto uno stanco occhio rosso di carbone ardente. Alle sei di sera accendevamo il fuoco in salotto e lo lasciavamo morire in cucina. Ci spostavamo tutti di stanza in stanza, seguendo il calore. Anche le luci venivano spente e accese a seconda dei nostri spostamenti da una stanza all’altra. Mio padre apparteneva a un mondo in cui non si buttava via nulla. “L’unica parte del maiale che non puoi mangiare”, diceva, “è il suo fischio”. Questa tendenza deve essersi rafforzata durante gli anni della guerra, quando il razionamento fece sì che tutto scarseggiasse; il fatto di essere “prudenti”, connaturato ai membri della generazione di mio padre fin dall’infanzia, si rivelò una disciplina utile allora.

Ed erano tutti così. May Hodges, la sorella maggiore di mio padre, veniva a trovarci spesso in negozio. Parlando con mio padre, girava intorno alla cassa, per poi chinarsi ad angolo retto rispetto alla vita (cosa che tutte le donne della sua generazione facevano) e raccogliere i pezzi residui del nastro che era stato strappato in fretta dalle scatole di dolci quando il negozio era pieno. Poi li legava in un unico filo e se lo arrotolava attorno alle dita. Quando, dieci minuti dopo, se ne andava, aveva in mano un gomitolo di filo da usare in negozio da lei. In vecchiaia, dopo la morte di Ernie, questo tratto del suo carattere degenerò in quel che possiamo definire soltanto come eccentricità. In cucina aveva una stufa a gas perfettamente funzionante, ma non la usava mai. Cucinava su un fornello a petrolio, sul pavimento della cucina con, forse, quattro pentole in equilibrio l’una sull’altra, una contenente carne, una carote, un’altra patate e l’ultima sugo di carne, tutte gorgoglianti e fumanti. Se bussavi mentre stava cucinando, la zia ti faceva entrare in cucina per ammirarla, tenendo le mani intrecciate sul ventre, con una felina soddisfazione. Quasi mi aspettavo che facesse le fusa. In salotto aveva una stufa a gas. Metà dei fori destinati alla fuoriuscita del gas erano bloccati, tappati con della carta. Questo era evidentemente pericoloso, in famiglia se ne parlava con preoccupazione, e mio padre sosteneva che May stava esagerando. A Norman Place sulla North Street, la casa di mio zio e della mia prozia, dove trascorsi tanto tempo da bambino, l’unico bagno era in un fabbricato annesso, per metà adibito a gabinetto, per l’altra metà a deposito di carbone. Al posto della carta igienica, mia zia tagliava carta di giornale in quadrati grandi quanto il palmo di una mano, vi praticava un buco su un angolo e li legava tra loro con uno spago. Poi li appendeva a un gancio sul retro della porta del gabinetto, dove potevi strapparli a uno a uno. Non penso che gli zii comprassero giornali, perciò si trattava forse di vecchie copie di un vicino, o dei miei genitori.

Negli anni quaranta e cinquanta, i bidoni della spazzatura erano noti come pattumiere, perché ogni settimana, quando venivano gli spazzini, erano pieni soltanto per un quarto, con cenere residua dei fuochi e forse qualche osso. Quando andavi a comprare verdura al minuscolo negozio dei Fraser – un’angusta baracca di legno – un po’ più avanti sulla Hereford Road rispetto a casa nostra, ti portavi le tue buste di carta usate o un cestello.

Essere prudenti non significa essere tirchi. Per la vecchia shopocrazia, lo spreco era un peccato, anche se potevi permettertelo. Non erano per nulla ambientalisti, ma il loro modo di vivere era meno dannoso per l’ambiente di quello odierno.