Werner Lambersy, Maestri e case da tè

Lambersy_maestriCollana Orly – Poesia belga contemporanea
WENER LAMBERSY, Maestri e case da tè
Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Lokenath Bhattacharya
Postfazione di Vincent Engel
ISBN 978-88-96263-58-7
pp. 290, € 15,00

La poesia non è concepita come la prosa, neppure quando, come in questo caso, si traveste da prosa. La sua struttura è più volatile, più aerea, e le sonorità vi occupano un posto preponderante, a tal punto che si può quasi, per il tempo della lettura, non lasciarsi guidare da questo canto, incuranti del messaggio che veicola.
Nel complesso dell’opera di Lambersy, Maestri e case da tè rappresenta certamente una tappa fondamentale, e ha ottenuto un successo considerevole.
L’idea di questo libro è scaturita dalla lettura di un testo giapponese sulla cerimonia del tè, che suggerì al poeta la struttura ideale per una raccolta. Lambersy non si nasconde: l’importante è l’atmosfera, il lato ideale del rituale. La cerimonia diviene perciò occasione di un incontro in condizioni perfette, attorno a qualcosa di accessibile a tutti. Nella scrittura questo sfocia nella costruzione di uno spazio immaginario: il portico, soglia di trasgressione – apertura di un libro o incontro con una persona –; il viale, penetrazione, che si può intendere a più livelli; la casa, o l’anticamera è il luogo dove si sogna quel che succederà nella stanza. In essa avverrà l’incontro con l’assoluto, qualunque sia il nome che ciascuno gli dà.
L’invitato, l’iniziato è una persona dotata di cinque sensi (le bambole) stando alla visione occidentale, o di sette sensi se si aggiungono l’immaginario e la memoria. Il maestro è quel che l’invitato sceglie che sia, e finisce per sostituirsi a quest’ultimo. Ciascuna casa – della fantasia, del vuoto e dell’asimmetria – ha il suo maestro: il linguaggio e il silenzio, la solitudine, l’amore. Il tè a suo modo simboleggia i quattro elementi fondamentali; la terra, da cui è scaturito, l’acqua, il fuoco per scaldare l’acqua, e infine l’aria, in cui si propaga l’essenza del tè, il suo profumo.
La raccolta si apre e si chiude con strofe in verso libero, mentre il resto del testo è costituito essenzialmente da prosa poetica (o da poesia in prosa) in cui la punteggiatura è pressoché assente – in questa edizione, i punti e virgola sono stati soppressi, e non restano che alcuni rari due punti. All’inizio di ciascuna delle due parti il poeta lascia la parola ai propri rappresentanti, che sceglie con grande cura; ora citazioni brevi, ora un testo (Lokenath Bhattacharya). Il passaggio dal quasi vuoto delle prime e delle ultime pagine al pieno del corpo del racconto corrisponde, tipograficamente, al luogo dell’iniziazione: un viale tracciato con rigore, una casa delimitata dalle proprie mura. All’inizio, di contro, regna l’ignoto, e alla fine, la realizzazione, la rivelazione di un linguaggio nuovo e dell’amore fisico.
Il testo termina senza punto finale, così come iniziava senza maiuscola: la forma tipografica della fine corrisponde a quella dell’inizio; le ricerche sono eterne, così come il ritorno alle domande essenziali.
L’essenziale risiede in questa assenza di punteggiatura, in questi vuoti significanti che spezzano la frase, donandole il ritmo ma anche il senso. Questo ci porta a parlare dei tre dati importanti: il linguaggio opaco, il frammento, e il ritmo.

 

Dalla postfazione di Vincent Engel