Adam Vaccaro su “Il cielo aperto del corpo” di Fabia Ghenzovich

Un altro piccolo intenso libro di Fabia Ghenzovich che, come già scrissi per Giro di Boa del 2007, “ci offre una poesia onesta, nel senso che parla esattamente e solo di ciò che sa, perché inscritto nel proprio corpo e nella propria esperienza”.

Qui il testo ci restituisce il corpo a corpo fenomenologico, vivo e biologico a caccia incessante della parola-cosa. È la disperata e felice corsa o restituzione del momento, che la civiltà ha pian piano distrutto, della comunicazione come comunione, in cui si genera il momento della presa piena di sé, prodromo indispensabile dell’adiacenza all’altro, al tutto che sembra di toccare, grazie alla fortuna dell’incontro con un tu: “io e te / siamo in definitiva / l’incontro / o la deriva” – perché nulla è scontato nel “flusso” (termine ripetuto) incessante della vita.
La scommessa poetica di riuscire a dare “scacco matto” alla vita che sfugge nel “buio assoluto” cui tende la nostra attuale condizione umana, di ritrovare squarci e fruscii di “quel giardino luminoso e quel dio semplice” che ha costruito e animato la poesia agli inizi, è un’ambizione perseguita e di cui questi versi sono amoroso corpo aperto.

Ma per spiegare il fascino e la bellezza che emanano questi versi di Fabia non è sufficiente richiamare la pur evidente tensione all’autenticità. Questa è necessaria ma non è sufficiente a fare una poesia di qualità, di cui abbiamo bisogno, che cerchiamo ma troviamo poco in tanti scriventi poesia contemporanea. Occorre la complessa operatività che alla fine traduce in segni il corpo vivente di chi tende a volersi fare poeta. Corrispondenza e adiacenza tra la molteplicità di lingue di tale corpo e il corpo di tale testo.

Scommessa vinta da pochi perché vengono tradotti magari, solo o prevalentemente, il livello raziocinante, o quello dell’ombelico ruotante sui propri infimi umori, o quello dei lucori dolciastri del cuore. La Ghenzovich è conscia di tutto ciò e opera ormai con sapienza artigianale e creativa nella scelta dei suoni, delle immagini e dei ritmi, come degli snodi proposizionali, per trasmettere il più possibile al lettore la ma(ta)ssa delle proprie emozioni, dei propri pensieri e visioni del mondo interiore e di quello esterno – rispetto alla quale, come alla materia e alla forma del testo, la nota di Chiara De Luca è senz’altro calzante.
È il senso d’apertura declinato sin nel titolo. Che fa di questa poesia un esempio di intensità di sensi e di limpidezza, di concentrazione e transitività civile (parola poco digerita da molti poeti), di tensione cioè a una condizione più umana innervata non in un declamato ideologico, ma nel profondo di chi scrive.

 

Edizioni Kolibris, Bologna 2011, pp. 44,

 

Adam Vaccaro