Gerard Smyth, La pienezza del tempo

Smyth_coverCollana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea,
GERARD SMYTH, La pienezza del tempo

Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Thomas McCarthy
pp. 418, €15,00
ISBN: 978-88-96263-68-6

 

Perfino nell’arco dell’amore i compagni di lettere editi sono posti a solcare il firmamento in un confortante arcobaleno. E questo è l’aspetto dell’opera di Gerard Smyth che non dovremmo perdere di vista – qui c’è un poeta letterario, non un memorialista della vita della città interiore, non solo uno scrittore autobiografico che si scaglia ferocemente, istintivamente, contro le ironie del modernismo e il caustico minimalismo dei giovani Hartnett o Michael Smith, o la poesia ancestrale di Beckett, Coffey o anche Ethna MacCarthy, così amato da Con Leventhal. Qui c’è una creatura letteraria, un lettore, un editore, un esploratore delle poesie altrui. C’è più in questo poeta che nel Treasury di Palgrave o nei residui di inni e liturgie. Qui c’è un poeta che ha cercato compagnia e istruzione, che ha preso quotidiane decisioni sul mondo stesso e negoziato in un territorio disseminato di volumi editi e libri in attesa di recensione.

 Molte delle poesie del presente volume piantano bandierine di riconoscimento nella geografia di una vita di letture: “‘“Così è questa la poesia”, dissi durante il mio viaggio con il Viandante notturno.” Nella libreria di Eblana, dove senz’altro si rifugiava in pausa pranzo per sottrarsi alle tastiere roventi della redazione del giornale, il poeta invoca Kinsella, Mandelstam, Machado e Neruda. In poesie successive visitiamo la Saginaw Valley di Roethke, col suo figlio perduto partito in cerca di fortuna, e Heinrich Böll ad Achill:

in cerca di risposte in un villaggio deserto,

nei venti umidi che battevano il tuo santuario,

il cottage riscaldato sulla collina.

Qui s’invoca un’intera turba di fratelli maggiori, icone di stile e dedizione. Viaggiamo verso il New England di Frost e la Amsterdam di Anna Frank, le Drumcliff e Lissadel di Yeats, e assistiamo alll’arrivo di Hopkins, non tanto in un paese, bensì in un pezzo musicale di Purcell. Il poeta si è risolutamente classificato tra i gigli del campo, il campo quasi familiare e filiale dei poeti internazionali. Come ogni autentico modernista, Smyth ripone fiducia nella consueta umanità degli stranieri, una fede nella redenzione degli incontri fugaci. Egli ricava sollievo dalla certezza dell’aver ricevuto saggezza da poeti che sarebbero potuti apparire indifferentemente distanti dagli acciottolati della Dublino interna.

dalla prefazione di Thomas McCarthy

 

 

Gerard Smyth è nato nel 1951 a Dublino, dove attualmente vive e lavora come capo redattore dell’«Irish Times». La sua poesia è stata pubblicata su numerose riviste letterarie in Irlanda, Gran Bretagna e negli Stati Uniti, ed è stata ampiamente tradotta a partire dalla fine degli anni Sessanta. È autore di numerose raccolte di poesia, tra cui Daytime Skleeper (2002), A New Tenancy (2004) e The Mirror Tent (2007), tutte pubblicate da Dedalus Press. È membro di Aosdána.