Inger Christensen, Scale d’acqua

christensen_coverCOLLANA ALFABET
Poesia nordica contemporanea Diretta da Bruno Berni e Morten Søndergaard
INGER CHRISTENSEN – Scale d’acqua
Traduzione di Bruno Berni
Postfazione di Elisabeth Friis
Foto di Sara Berni
ISBN 978-88-96263-67-9;
pp. 92, € 12,00

 

 

 Nel 1969 la scrittrice danese Inger Christensen (1935-2009) abitò per quattro mesi a Roma, dove scrisse la maggior parte del suo capolavoro poetico, ciò, ma come piccola epistola di viaggio compose anche il testo Scale d’acqua. Un testo euforico e oltremodo cool che rappresenta a un tempo un istante felliniano nella letteratura nordica moderna e un esempio della poesia cosmica e inconfondibilmente moderna che anno dopo anno portò Inger Christensen nella lista dei possibili candidati al premio Nobel per la letteratura.

 Della genesi di Scale d’acqua Inger Christensen racconta che in una libreria si imbatté nel volume Le fontane di Roma di Beata Di Gaddo (1964), che scandì il suo percorso verso le fontane della città e le piazze e i caffè che si trovano nelle loro vicinanze. Cinque fontane, e in tal modo cinque luoghi caratteristici, compaiono (in ordine cronologico secondo il loro approssimativo anno di costruzione) nelle otto suite del componimento, strutturate sulla ripetizione, in una modalità così tipica di Inger Christensen: la fontana di piazza Nicosia, di Giacomo della Porta, la fontana di piazza Colonna, di Rosso dei Rosso, quella che probabilmente è anch’essa di Giacomo della Porta a piazza Campitelli, quella che sicuramente è sua, in via del Progresso, alle quali si aggiungono le due fontane di Girolamo Rainaldi a piazza Farnese.

 Le scene, ovvero le location, della poesia hanno caratteristiche cinematografiche: l’Io lirico siede a dei tavolini da caffè a piazza Nicosia e a piazza Colonna, beve caffè, studia il menu, accende una sigaretta, o aspetta che sia il momento di accenderne una. È cool, osserva, tutt’uno con l’assenza di tempo di Roma.

 Nelle altre piazze sta in piedi accanto agli edifici ai lati della piazza, o passeggia un po’ in giro, ma dovunque si trovi osserva o ascolta almeno (il traffico è intenso) l’acqua che scroscia dalle bocche dei delfini o delle maschere delle fontane di marmo. Fa caldo e l’acqua riflette la luce del sole. Le fontane non si muovono, l’Io non si muove (non molto), ma la modernità romana del 1969 affiora comunque costante in forma di una Jaguar rossa che, del tutto immotivatamente, (e anche per questo in modo decisamente felliniano) appare e riparte in tutte le cinque diverse scene. La Jaguar rossa scintillante e potente – un sibolo del ritmo, della tensione e naturalmente del desiderio erotico della modernità. Nel bel mezzo dell’assenza di tempo.

dalla postfazione di Elisabeth Friis