Gustav Heinse, Il Monte in fiamme, Kolibris 2013

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COLLANA DANUBIANA

Letteratura austriaca

Gustav Heinse, Il Monte in fiamme

A cura di Paola Maria Filippi

ISBN 978-88-96263-86-0

pp. 98, € 12,00

 

Pur nella sua brevità, nulla manca in questo inusuale diario. Il succedersi delle date e delle indicazioni di luogo attribuisce ai singoli frammenti il carattere dell’ufficialità. Tempo e spazio precisi vogliono rendere credibile, perché a posteriori verificabile, quanto potrebbe apparire fantastico nella sua smisuratezza. Heinse sa che il mezzo da lui scelto per testimoniare, la poesia, è solo uno strumento di traduzione intellettuale e fantastica della realtà e non può pretendere di esserne una fotografia obiettiva. Ma naturalmente Heinse vuole essere creduto e, consapevole di quanto sia arduo l’obiettivo che si è prefissato, vuole quindi servirsi di tutto quello che la scrittura gli offre per almeno cercare di mediare il livello emotivo di quel vivere. Nella consapevolezza dell’insufficienza della parola, conscio della sostanziale “non-dicibilità” e “non-credibilità” di quanto sta vivendo, prova a suffragare le sue impressioni ricorrendo a una serie di dati sensoriali violenti e incontrovertibili.  Le percezioni ottiche, uditive, olfattive – fetore di marcio, fetore di cadaveri, luci balenanti, squarci abbacinanti, un colpo, stridulo e secco, all’orecchio, nel cervello – si susseguono in un continuum espressionista in cui uomini e terra, fango e ossa si impastano […].

dalla postfazione di Paola Maria Filippi

 

 

 

Non ho certo avuto bisogno di combattere quattro battaglie al fronte, per maturare già in anni giovanili – all’epoca avevo vent’anni – una Weltanschauung pacifista, che rifiutava la guerra in ogni forma, nella convinzione che – a prescindere dal progresso tecnico – noi non avessimo ancora superato il periodo del neolitico, nel senso più letterale del termine. Parlando con i miei giovani colleghi militari definivo il nostro tempo il neo-neolitico. Già per natura ero incline alla filantropia, cosicché per me la guerra – contrariamente al mio ambiente e all’età spensierata – rappresentava il punto più basso della civilizzazione, una incomprensibile frattura, un’aporia assoluta nell’ambito culturale dell’umanità. Gli orrori che vivevo rafforzavano giorno dopo giorno il mio orientamento pacifista, tanto più perché l’uniforme stessa che portavo era per me una veste di Nesso. In essa mi sentivo a disagio, o meglio infelice, e al fronte profondamente angustiato, perché qui stavo di fronte ai miei fratelli, ai miei veri fratelli, dato che per parte di madre sono italiano.

Gustav Heinse, da Note sul mio lavoro letterario

 

 

 

 

 

 

Monte San Michele, Totenhügel,

den 24. Dezember 1915

“Wie weit bist du, weit,

verschüttete Zeit

holdseliger Tage,

Märchen mir, Sage, Erinnerung!

Oft denkt ich zurück, Kamerad,

gern hier im Dunkel zyklopischer Höhle,

triefend im Innern Gesteine,

verwundeter Seele.

Zärtlicher Neigung jubelndes Glück

jäh zertrat das Geschick:

Sie ging ihrer Wege, ich meiner.

Doch im Kampf, im Bereich der Gefahr

des furchtbar mähenden Todes

ist sie mir nah, seh ich sie klar

diese Eine,

klein von Gestalt, braun von Haar,

im Raketenscheine.

Wie weit bist du, weit,

verschüttete Zeit

holdseliger Tage!”

Monte San Michele, Colle dei Morti

24 dicembre 1915

«Quanto sei lontano, lontano,

tempo sepolto

di giorni beati,

fiaba per me, leggenda, ricordo!

Spesso mi piace ripensare al passato, camerata,

qui nel buio di una caverna ciclopica,

grondante dentro a una catasta di pietre,

a un’anima ferita.

Trionfante felicità di delicata corrispondenza

subitaneo calpestò il destino:

ella andò per il proprio cammino, io per il mio.

Eppure in combattimento, entro il pericolo

della morte che terribile incombe

mi è accanto, la vedo luminosa

proprio Costei,

piccola di figura, bruna di capelli,

nel bagliore del razzo.

Quanto sei lontano, lontano,

tempo sepolto

di giorni beati!»

Monte San Michele. Quote 275.

Totenhügel, den 25. Dezember 1915

Da Fällt es uns an, das ganze Entsetzen

und dauert und dauert und dehnt die Stunden

und dehnt sie und kann sie doch nicht zerreißen.

Wir möchten die Zähne noch fester verbeißen,

die wachen Ohren, die Augen verwunden,

um nichts mehr zu hören, zu sehn.

Daheim ist Weihnacht.

Das Fest zu begehn

heult einer und ist wie von Sinnen.

Es befällt ihn die Angst mit schütternder Kraft

Und er schnellt aus den Trichters schützender Haft

ins klaffende Dunkel von hinnen.

Einschlag auf Einschlag. Rollendes Toben …

“Vater unser, der Du bist dort oben…!”

Und einer betet, ein andrer weint,

in festen Händen die Waffen.

Der Führer schreit und flucht und greint

und weiß, das wirs schaffen.

Er schießt ein Zeichen ins Feuermeer:

Wir kriechen wie Katzen auf Vieren

und wüten und morden und mühn uns nicht sehr,

den Menschen in uns zu verlieren.

Und so ist ein Tag dem andern gleich,

und die Nächte gleichen den Tagen,

und doch ist alles so ohne Vergleich,

was wir ertragen.

Monte San Michele, Quota 275

Colle dei Morti, 25 dicembre 1915

Ed ecco ci assale tutto l’orrore

e dura e dura e dilata le ore

e le dilata e pure non le può lacerare.

Vorremmo stringere i denti ancora più forte,

gli orecchi insonni, gli occhi feriti,

per non sentire più nulla, più nulla vedere.

A casa è Natale.

Celebrare la festa

uno implora, ed è fuori di sé.

La paura lo assale con forza sfiancante

e quegli dall’asilo sicuro del cratere si slancia

nell’oscurità spalancata dinnanzi.

Colpo su colpo. Furia rimbombante…

“Padre nostro, Tu che sei lassù…!”

E uno prega, un altro piange,

salde le armi in pugno.

Il comandante urla e impreca e si lamenta

e sa che ce la faremo.

Spara un segnale nel mare di fuoco:

come gatti strisciamo carponi

e furenti ammazziamo senza molta pena

che l’uomo in noi si perda.

E così un giorno è identico all’altro,

e le notti identiche ai giorni,

e pure a nulla si può confrontare

quanto noi sopportiamo.