I poeti del Duca. Excursus sulla poesia contemporanea a Ferrara

antologia_coverCOLLANA DEL DUCA
A.A. V.V. I poeti del Duca. Excursus sulla poesia contemporanea a Ferrara
A cura di Matteo Bianchi
Con una nota di Monca Farnetti
Con il patrocinio di: Comune di Ferrara, Provincia di Ferrara, Camera di Commercio di Ferrara
ISBN 978-88-96263-88-4
pp. 286, € 16,00

 

 

 

 

 

I venticinque autori, o i loro cari, che hanno affidato al curatore gli scritti inediti per poter realizzare l’antologia critica sono,dall’indice alfabetico:

Angelo Andreotti
Carla Baroni
Arnaldo Benatti (1941-2005)
Emanuela Calura
Riccardo Corazza
Roberto Dall’Olio
Chiara De Luca
Lamberto Donegà
Giuseppe Ferrara
Claudio Gamberoni
Patrizia Garofalo
Carlo Gardenio Granata
Rita Montanari
Alessandro Moretti
Giorgio Palmieri (1947-2010)
Monica Pavani
Matteo Pazzi
Roberto Pazzi
Edoardo Penoncini,
Jean Robaey
Eleonora Rossi
Paola Sarcià
Filippo Secchieri (1958-2011)
Gian Pietro Testa
Giovanni Tuzet

 

Capitale dell’umanesimo sorvolata da mongolfiere, città del silenzio sopraffatta dalla musica di strada, disegno perfetto di un architetto sognatore alterato dagli impetuosi profili degli inceneritori, l’anacronismo che chiamiamo Ferrara necessita di una lettura amorosa e sapiente, capace di trasformare il disordine del quotidiano in un miracolo di relazioni sensate. E questo libro a tal prova si candida, sollecitando la comunità cittadina a rendersi partecipe. Affinché, raccolta attorno al posto vuoto del Principe, sia tuttora in grado di riconoscersi; affinché, pur trasformandosi, sappia mantenersi fedele a se stessa; affinché impari ancora una volta a convertire in pensiero, e in consapevole cittadinanza, lo smarrimento del cuore che chiamiamo Ferrara.

Dalla nota di Monica Farnetti

 

Venticinque voci per diffondere tra la gente la poesia di Ferrara. Poeti di un Duca che altro non è se non l’ombra metafisica di un passato aureo, una tradizione umanista che, dai fasti dell’età estense, ha lasciato segni tangibili. I cortigiani, membri di una cerchia privilegiata attorno al potere, in senso lato, siccome eruditi alcuni si sono distinti per statuto lirico, altri, dotati di una spiccata sensibilità, per stato nativo, elettivo, di natura[1]; di fatto prigionieri di singoli individualismi espressivi, e dunque frantumi a sé stanti (e non frammenti, etimologicamente di uso prosastico. Frantume deriva dal latino frangěre, arcaicamente di uso immaginifico, implica un ostacolo che provochi la rottura spumeggiante dell’oggetto in questione, così l’onda contro gli scogli). Una corte di frantumi, voci nate spaiate e non separate da un organismo unitario.

Dal saggio introduttivo di Matteo Bianchi

Ferrara ritorna senza sosta in queste pagine, una sagoma fumosa, mai raggiunta o mai evasa, che il tergicristallo spazza sul parabrezza senza riuscire a cancellare. E anche a noi che leggiamo sembra a tratti di incrociare fra queste parole lo scalpore del nostro sentimento, del nostro problema in sospeso con lei, la nostra città, cui abbiamo bisogno di chiedere in continuazione se ci vuole ancora bene. Diamo la colpa al paesaggio, allo sconfinato vuoto ferrarese che ci assedia ma anche ci protegge e di cui questi versi alla fine finiscono per essere responsabili, se Ferrara ci ispira diffidenza. Lei siamo sempre pronti a perdonarla. Ma sarà lei vera o noi? Un dubbio da cui queste pagine non ci liberano. Ma a leggerle ci conforterà vedere che la malia ferrarese ha preso anche altri, che non siamo solo noi ad essere stati contaminati.
Con questa raccolta la poesia italiana compie un nuovo passo di trasformazione, con qualche richiamo agli eccessi dei Novissimi e del Gruppo`63 ma anche con una vena meno avanguardista e versi più tondi, nello stile di Valerio Magrelli o Giovanni Raboni e fili sospesi di ragionamento perduto che fanno pensare a Mario Luzi. Ma alla fine è l’ombra crepuscolare quella che più segna queste pagine, forse perché Ferrara si presta all’eterno crepuscolo che cova in ogni eternità. Nella sua varietà, questo volume è dunque anche un’antologia, di esperimento e tradizione. Per ogni ferrarese, un libro da tenere sul comodino come una medicina, da leggere ogni tanto a piccoli versi, per curarsi dalla troppa ferraresitudine o per, ammalarsene ancora di più, che tanto è la stessa cosa.

 Diego Marani, da Venticinque voci nella bellezza narcotica della pianura totale, su «La Nuova Ferrara», 11/11/2013

 


[1] cfr. Edoardo Sanguineti, il quale distingueva così la natura dei poeti, durante il convegno del 1983 riguardante Corrado Govoni e curato da Anna Folli.