Direzione e destino : un viaggio attraverso “La corolla del ricordo” di Chiara De Luca

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Direzione e destino : un viaggio attraverso
La corolla del ricordo di Chiara De Luca

di Giuseppe Ferrara

Non dirò come tutti dicono che Chiara De Luca corre 15 km al giorno perché non è importante quanta strada si faccia in un’ora, al giorno, in un solo attimo ma dove si vada più o meno liberamente, viceversa, più o meno condizionati dalle stravaganze, circostanze: dalle “visite” guidate dei labirinti. Dalla vita.
Altrettanto non dirò, come tutti dicono, che Chiara De Luca scrive, traduce, fotografa e interpreta perché “non è importante” quello tutti potrebbero e dovrebbero fare: chi non ha mai scritto almeno un tweet o non ha dovuto tradurre magari solo dal dialetto di una nonna o dal suono incomprensibile di un bambino, dallo sguardo di un amante o dal verso di un cane e chi non ha mai fotografato, appunto, quella nonna, quel bambino, l’amante, quel cane. No, a noi non interessa che Chiara De Luca faccia quello che fanno tutti ma perché lo faccia.
Quando si discorre dell’arte e in particolare di poesia, anche se Chiara De Luca mai si definirebbe poetessa né tantomeno artista, ma quando si discute di poesia, dicevo, c’è sempre qualcuno che si trova presente e non presta veramente ascolto. “Più esattamente, qualcuno che ode e tende l’orecchio e guarda e poi non sa di cosa si è parlato; che comunque sente il parlante, lo “vede parlare”, ne percepisce linguaggio, figura e, allo stesso tempo anche: respiro, cioè direzione e destino” (P.Celan).
Solitamente in questo discorso si è sempre in due: chi scrive e chi legge; ma anche chi scrive ascolta e chi legge/ascolta, scrive. Per questo, se il respiro è accordato, poeta e lettore possono aspirare a una direzione e un destino comuni e somigliarsi. Meglio: riconoscersi.
Direzione e destino. Dove e perché.
Chiara va controvento nel senso che forza il vento a portarla con se : lo istiga, lo stuzzica, lo stana: per questo corre. È lei a “provocare” il vento. È lei che ne da la direzione (con un verso ostinato e contrario alla sua corsa).
Stanca di… essere forte anche solo di una forza appena necessaria a spezzare il pane quotidiano: come si fa con quelle mani che ansiose frugano in cerca? Meglio allora lasciarsi spezzare e farsi trasportare come briciole al vento e lasciare delle tracce come faceva Arianna nel labirinto o Pollicino, abbandonato e sperduto nel bosco. Meglio essere cibo per uccellini, animaletti e anche per gli orchi piuttosto che restare comodamente a casa, in una dispensa o sulla tavola in attesa che qualcuno ti spezzi e ti mangi. Briciole non pane dunque. Dunque, Chiara sa dove andare.
Perché lo fa? Forse per accelerare lo schianto dell’acqua che dalla sorgente si tuffa in mare? Per rimandare l’ora dell’uscita in giro nel quartiere? O forse per attendere che ogni notte sia spenta l’ultima finestra prima di addormentarsi?
No, lo fa perché lei conosce, per così dire, il limite: a lei tocca mordere l’amore come un cane in questo inferno di parole. E chi conosce il limite non teme il destino perché sa che questa è la “Grande Bellezza”, il paradiso fatto dai silenzi dietro le parole, dalla luce davanti alle fotografie: la Grande Fatica di correre sempre e non solo 15 km al giorno, il Grande Desiderio di somigliarsi e di riconoscersi l’un l’altro e far scoprire che il proprio perché è IL solo Perché. Direzione e destino.