Henrik Nordbrandt, “La casa di Dio”

nordbrandt

COLLANA ALFABET – POESIA DANESE CONTEMPORANEA
Henrik Nordbrandt, La casa di Dio
Traduzione di Bruno Berni
Postfazione di Dan Ringgaard
ISBN 978-88-96263-91-4
pp. 90, € 12


La casa di Dio fu la nona raccolta di poesie di Henrik Nordbrandt dopo il debutto con digte [poesie] nel 1966. La sua ultima e ventiseiesima raccolta, 3½D è uscita nel 2013. Nordbrandt, che è nato nel 1945, ha anche pubblicato una serie di opere in prosa di vario tipo: saggi, polizieschi, memorie, libri per bambini, libri di cucina. Nordbrandt è il grande nomade della letteratura danese. Negli anni Settanta le sue poesie erano specchio di una vita errabonda in Grecia e Turchia. Lo si nota nei temi, ma anche in un pathos peculiare, in un tono di canto e nelle serie di metafore arabeggianti delle poesie, che sono influenzate dai poeti greci cosmopoliti Konstantin Kavafis e Giorgios Seferis e dalla tradizione poetica ottomana e persiana. Nordbrandt, che per un periodo studiò lingue orientali all’Università di Copenaghen, trovò la sua voce staccandosi dal modernismo danese, che aveva come tematica la lingua e rifuggiva le metafore, e mescolando le sue ispirazioni moderniste (soprattutto Wallace Stevens e il poeta e bizantino svedese Gunnar Ekelöf) con tali influenze del vicino Oriente.
Ciò che caratterizza La casa di Dio rispetto alle altre raccolte di Nordbrandt degli anni Settanta è un grado non insignificante di ascesi linguistica. In quest’opera il volume delle metafore arabeggianti e del pathos orientale si abbassa, e vi compaiono invece questi brandelli spesso piccoli, un po’ staccati di poesie, variazioni di un vocabolario accuratamente limitato, gettate con levità sulla carta, come gli esercizi di vuoto che poi sono. Poesie fugaci, come fossero appena riuscite a fissarsi sulle pagine. «Nella Casa di Dio c’è sempre vento […] È difficile trattenere le cose / abbastanza a lungo da comprenderle bene». Il tono nomade, errante, tutta questa sensazione di corrente caratterizza le poesie del volume, che indicano verso molte direzioni, ma si lasciano appena raccogliere in una suite con sotto un racconto accennato.
Ciò che raccoglie le poesie è anche il luogo e la casa, motivi centrali nella produzione di Nordbrandt. Il luogo come soggiorno temporaneo, come elemento di un eterno movimento tra quelli che in un’altra raccolta degli anni Settanta vengono chiamati Partenze e arrivi. L’arrivo al luogo è una promessa. Ma il luogo cattura, come cattura la Casa di Dio. I ricordi diventano sempre di più e rendono pietre le parole, perciò prima o poi bisogna partire. La partenza è un’altra promessa. Tra la partenza e l’arrivo esistono tentativi falliti di fermarsi e calmarsi. La Casa di Dio è uno di quei tentativi, è un esperimento modernista con il vuoto e la pienezza, un lavoro per ridurre il mondo, scrivendo, al nulla e all’essere.

dalla postfazione di Dan Ringgaard

Il vento notturno si è placato
e la luna è uscita dalla sua ombra sulla montagna
e ha ribattezzato il Mondo
in un mondo di ragni.
Tutti gli esseri viventi d’improvviso
hanno avuto nostalgia delle loro tane dimenticate
e hanno cominciato a correre
su un incalcolabile numero di zampe.
Le stelle hanno sognato impossibili
tele che niente potevano catturare,
mentre le ombre senza tele
correvano in giro come furiosi ragni da preda.
Persino le assi nascoste della casa
spuntavano consumando le stanze imbiancate.
Noi succhiavamo furiosi mentre correvamo
e venivamo noi stessi succhiati e portati
finché non eravamo vuoti
gusci di insetti catturati in una possente rete:
uno strumento in cui Dio andava in giro
nelle sembianze di un ragno
e faceva musica con i nostri corpi impotenti.

Nattevinden lagde sig
og månen kom ud af sin skygge på bjærget
og døbte Verden om
til en edderkoppeverden.
Alle væsener længtes
pludselig efter deres glemte huler
og begyndte at løbe
på et uoverskueligt antal ben.
Stjernerne drømte umulige
spind der intet kunne fange,
mens de spindløse skygger
løb rundt som rasende jagtedderkopper.
Selv husets skjulte tømmer
trådte frem og fortærede de hvidkalkede rum.
Vi sugede rasende, mens vi løb
og selv blev udsuget og båret,
indtil vi var blevet til tomme
insekthamme fanget i et vældigt net:
Et instrument, hvor Gud gik rundt
i en edderkops skikkelse
og lavede musik med vores magtesløse kroppe.