Conceição Lima, La dolorosa radice del micondó

COVER_CONCEICAOCollana Africana Conceição Lima, La dolorosa radice del micondó
Introduzione e traduzione di Chiara De Luca
ISBN: 9978-88-99274-03-0
pp. 138, € 12

Il micondó, è una varietà di baobab africano, che può raggiungere ventitré metri di altezza e vivere oltre duemila anni. Il suo ampio tronco costituisce una riserva d’acqua e le sue radici si spingono molto a fondo nel terreno. In questa raccolta di Conceição Lima, il micondó, che nella tradizione assume anche una valenza sacrale, diviene simbolo del profondo scavo a ritroso nella memoria lungo le proprie radici, per risalire all’origine di sé. La raccolta si apre proprio con un “Inno alle radici”, che ha il sapore di una dichiarazione d’intenti. Fluviale e trascinate, concitato e appassionato, l’inno d’apertura presenta versi vergati con decisione e segnati dal capolettera della maiuscola iniziale e dalla frequente inversione sintattica. Scabri e taglienti come asserzioni, coesi dalla ripetizione e dall’accumulazione, si susseguono nel ritmo martellante, volutamente monotono nella sua rincorsa verso la frattura. È il ritmo della recitazione orale, presupposto di una voce che si fa corale. L’intera raccolta è un inno alle radici, in cui Conceição Lima ripercorre la propria storia personale e familiare, che s’interseca con le vicende storiche che hanno scosso la sua terra, con le le piaghe e tragedie che l’hanno prostrata, dalla corruzione politica (“Pantufo”), allo sfruttamento e alla colonizzazione (“Anti-epopea”),  dalla tragedia del Ruanda (“Ignominia”), al massacro di Batepá (“1953”), per poi volgere lo sguardo alla tragedia d’altri popoli (“Jenin”).

Conceição Lima si addentra nel ventre della terra, scava a fondo nella storia del suo paese, disseppellendo scheletri, rievocando errori, sferzando con ripulsa e lucido sarcasmo l’ingiustizia e la tirannide, che hanno ovunque nel mondo il medesimo volto beffardo. Il deserto di cui vuole parlarci non è quello delle cartoline e delle foto di mestiere, non è quello della meraviglia che dura il tempo di una visione, ma l’altro deserto, quello dei “coaguli che minano / la fibra del paesaggio / della tomba nei pilastri della Città / e delle parole morte, assassinate / che incessantemente rinascono comunque.”
Altre poesie ci portano invece in quell’“utero della casa” che è anche tema centrale del libro d’esordio della poetessa (O Útero da Casa, 2005). In questo movimento concentrico, permangono l’utilizzo dell’inversione sintattica e una certa solennità del dettato, ma il ritmo martellante sfuma spesso nell’andamento cullante  di una nenia o nella musicalità avvolgente della preghiera sussurrata. In queste poesie più intime, il dettato è più asciutto eppure meno immediatamente accessibile, in virtù di una maggiore ricercatezza delle immagini, di metafore inconsuete e accostamenti desueti e sorprendenti. Conceição Lima spazza via la polvere dallo specchio della memoria, facendo riemergere sulla pagina il volto vivido di chi solo all’apparenza se ne è andato.  L’infanzia violata dei bambini massacrati che popolano tristemente l’ospedale del suo paese si contrappone all’infanzia trascorsa serenamente dalla poetessa nell’utero di una casa costruita sulle fondamenta solide della comunanza e delle tradizioni, radicata come il micondó nella terra, al centro di quel grande cortile in cui i bambini correvano, ignari  del male, sotto lo sguardo avvolgente degli adulti, nutriti del loro amore e della loro cura.

Chiara De Luca

VERSIONE DI DESERTO

 

Trascinato da non so che appello, urgenza
Sei venuto a impugnare l’istante che mi accerchia.
Resta — conclami — la chiara voce nella mia bocca.

Ti chiedo comunque di ravvederti:
non agonizzano dune in questi campi.
Qui non giacciono ossa di sconosciuti
né marciscono spettri di
carovane perdute.
Nessun sentiero fu abbandonato
e non ho rinnegato
No, non ho rinnegato
il nome del padre di mio padre.

Il mio deserto è il seme verticale di una barca
l’arenile (il suo lucore di nulla e di lago)
non è che la metafora di un orto
forse proiezione di cisterna.
Questa chiarezza negli occhi del griot cieco
questo riflesso che oscura la luce del giorno
non emana da un cielo pietrificato –
la mia fame non è la maledizione
del vecchio dio impietoso.
Eppure mi divora la cicatrice della penultima battaglia
e ho per stigma
la memoria di un annoso fratricidio.

Ma sono qui
sotto questo sole che abbaglia
la savana a mezzogiorno.
Qui, sotto questo lacero tendone
dove indosso la sete delle mie ossa
e perduro senza pioggia né giardino
senza flauti né tamburi
senza specchi,
compagna del tempo che mi lega
le vene all’ombelico del pozzo.

No, nessun sentiero fu dimenticato
e venero il profano nome del padre di mio padre.

Lenta la vertigine va scolpendo
i mormorii di un fiume incerto –
pianto paletti
attorno alla veglia dei miei morti.
Non annuncio.
Indugio e non preannuncio regno o abisso.
Non sono messaggera di vani sacrifici,
epiche sconfitte, nuovi cammini.
Qui dove l’inferno avviene
in questo luogo dove mi riverso e resto
inauguro la vigilia della mia casa.
Il mio silenzio sgombera
la soglia di qualunque cosa.

 

 

 

VERSÃO DE DESERTO

 

Trazido não sei par que apelos, urgências
Vieste impugnar o momento que me cerca.
Demora — conclamas — a clara voz em minha boca.

Peço-te porém que repares:
não agonizam dunas nestes campos.
Aqui não jazem ossadas sem registo
nem apodrecem espectros de
perdidas caravanas.
Nenhum trilho foi abandonado
e não reneguei
Não, não reneguei
o nome do pai do meu pai.

O meu deserto é a vertical semente de um barco.
o areal (seu brilho de nada e de lago)
não é senão a metáfora de uma horta
talvez uma projectada cisterna.
Esta claridade nos olhos do griot cego
este reflexo que obscurece a luz do dia
não irradia de um céu empedernido —
a minha fome não é a maldição
do velho deus inclemente.
E todavia devora-me a cicatriz da penúltima batalha
e tenho por estigma
a memória de um longo fratricídio.

Mas estou aqui
sob este sol que alucina
a savana ao meio-dia.
Aqui, sob este toldo rasgado
onde envergo a sede dos meus ossos
e perduro sem jardim nem chuva
sem tambores nem flauta
sem espelhos,
companheira do tempo que amarra
as minhas veias ao umbigo do poço.

Não, nenhum trilho foi esquecido
e venero o profano nome do pai do meu pai.

Lenta a vertigem vai esculpindo
os murmúrios de um rio incerto —
planto estacas
em redor da vigília dos meus mortos.
Não anuncio.
Tardo e não prenuncio reino ou abismo.
Não sou mensageira de vãos sacrificios,
épicas derrotas, novos caminhos.
Aqui onde o inferno acontece
neste lugar onde me derramo e permaneço
inauguro a véspera da minha casa.
O meu silêncio franqueia
bo umbral de qualquer coisa.

conceicao

Nata a Santana, isola di São Tomé, São Tomé e Príncipe, l’8 dicembre 1960, Conceição Lima è cresciuta nel suo paese, dove ha svolto gli studi primari e secondari. In seguito ha studiato giornalismo in Portogallo. Nel 1993 ha fondato il settimanale – oggi estinto – «O País Hoje», di cui è stata direttrice. Si è diplomata in Studi Africani, portoghesi e Brasiliani al King’s College di Londra e ha ottenuto un Master in Studi Africani, con specializzazione in Governo e Politica in Africa, presso la Scuola di Studi Orientali e Africani di Londra (SOAS). È stata per diversi anni giornalista e produttrice dei servizi in lingua portoghese della BBC a Londra. Tornata nel suo paese, ha diretto la TVS, Televisão São-Tomense. Attualmente lavora come giornalista free-lance e collabora con diversi periodici. Per la casa editrice Caminho di Lisbona ha pubblicato, nel 2004, O Útero da Casa, nel 2006 A Dolorosa Raiz do Micondó e nel 2011 O País de Akendenguê. Suoi testi sono stati tradotti in spagnolo, inglese, francese, italiano, serbo-croato, turco e arabo. Sue poesie sono sparse in giornali, riviste e antologie di vari paesi.