Abdellativ Laâbi su “Nuovi Argomenti”

Schermata 2015-05-05 a 16.22.02

da Sotto il bavaglio la poesia – Poesie e altri scritti dalla prigione, 1972-1980

Scrivere, scrivere, non smettere mai. Questa notte e tutte le notti a venire.
Ancora una notte in cui non posso far altro che scrivere, sbattere contro questo silenzio che mi sfida nel suo idioma d’esilio. Mi tendo al massimo per esplorare questa voce della notte carceraria. Ascolto, e a poco a poco ne percepisco l’armonia, ne percorro la superficie, ne ricevo come in contrappunto gli echi insanguinati. Bracco il silenzio, gli strappo la voce potente contro la quale le sue dighe cedono sempre di più, crollano in un fragore che mi abbaglia e si sparpagliano nella notte.
Il paese viene a me, canto aereo spuntato del fondo della storia, fucina d’incandescenza e sudori, di muscoli oliati che picchiano l’incudine della materia ribelle, semina, mietiture, pane e olive nere condivise, schiuma di tè bollente nel bicchiere che ci si passa di mano in mano, proboscidi, zaini e tamburi sollevando le viuzze in processioni variopinte, risa e dimenarsi di bambini ebbri di musiche e profumi, caviglie rosse di donne appollaiate su tavoli rotondi, a battere il tempo coi piedi, i seni vibranti in mature melagrane di freschezza, frenesia di crotali, musicisti fuoritempo che ostentatamente sgozzano violini surriscaldati, fulminando tamburelli, sventrando liuti paffuti fiammeggianti di tutte le loro incrostazioni. Lungo silenzio poi il paese ritorna a me, col volto devastato, irriconoscibile. Grida qua o là, di una rissa, di uno stupro, di un omicidio. Grida di bambini dagli occhi stravolti, frustati perché imparino a tacere. Grida di lutti e di donne in lacrime che si lacerano le guance, strappandosi i capelli, picchiando il suolo coi foulard, che si battono le cosce e sbattono la testa contro i muri. Grida di lattanti abbandonati nelle baracche delle bidonville, nella penombra di tutte le mancanze. Grida incendiate dalla malnutrizione e dalle febbri. Grida di donne picchiate a morte da maschi ubriaci e disperati. Gemiti e rantoli di queste donne terrorizzate, che baciano i piedi del loro aggressore per chiedere pietà, per l’amore di Dio, per i bambini, per le miserie condivise. Grida di Marzo portate dal vento d’odio degli insorti, scolari mitragliati al pieno sole delle false indipendenze, blindati dinosauri contro minuscoli sogni intuiti nella germinazione dei giorni, la marea del sole, il sorriso degli uomini. Grida dei miei compagni sotto il trespolo, il pau di ara, il magnete. Grida quando il grido diviene esperanto di resistenza, melopea epica del dramma umano e della speranza. Oh miei dolci compagni, mia carne allucinata, mio cuore gonfio d’amore da non poterne più, i vosti occhi indimenticabili di promesse, la nostra inarrestabile tenerezza.  continua