Michael Schmidt, Le storie della mia vita

schmidt-2Collana Quetzal – Poesia messicana contemporanea
Michael Schmidt, Le storie della mia vita
Traduzione di Chiara De Luca
12, pp. 150

Anteprime sul blog di Poesia di Rai News e su Samgha

Com’è in cielo, Agatha? / Ti vedo in quelle strette scarpe lise che dondolano ora / non dal muretto del parco giochi (e i ginocchi a punta / e la logora gonna in saia dell’uniforme della scuola) / ma da una nube nera impressa sull’azzurro. / Oscillano su e giù, giù e su, cosa riesci a vedere / da lassù sopra la mia testa, e gli alberi e la collina? […] E com’è, cara Agatha, senza di me? / Di che colore hai i capelli ora, come li porti? / Sempre in trecce, o in alto in una coda o un concio? / Sto sotto la tua nube e pongo domande su domande. Una poesia che pone certamente molte domande e poche risposte. Sto sotto la tua nube e pongo domande su domande dove lo stare sotto la nube è quasi una dichiarazione di intenzione, una posizione esistenziale di fronte non solo alla vita, ma alla storia/alle storie della vita che passano.

Perchè in questo volumetto si ha la netta impressione che l’autore guardi il mondo scorrere scoprendo la propria esistenza mentre tutto il resto inevitabilmente gira, ruota, corre attorno. Nel suo freddo studio sfarfallante / visita la sua finestra nella notte, / cornici con le tele inchiostrate / emettono melodie, non senso; / dolore, piacere non analisi / può circoscrivere o svelare / in parafrasi un’idea in prosa. / Viveva in povertà. La moglie stava morendo. / Viveva in povertà e lei morì, una ragazza / che amava. Le sue poesie affrontavano la morte. / Veniva, andava. Nessun Orfeo / e nulla detto e nulla inteso / e nulla dire e nulla intendere / a parte l’incantesimo che scagli e quello / che un incantesimo può evocare dal nulla. Non un fatalismo ma una consapevolezza d’essere come foglie su un lago, e il lago continua a vivere la sua vita a prescindere (e forse e spesso) disinteressandosi della foglia. Siamo pezzi d’istanti che nel momento della scomparsa non incidono il contesto, il paesaggio. Tutto resta come deve essere: I Lari erano già al lavoro nei campi d’orzo, Pomona / tornò dall’orto con la gonna colma di fiori. / Pale badava alle capre nel pascolo d’altura. / Opi e Conso si svegliano. È tempo di raccolto? / È così che è, così dovrebbe essere. Ma tale status umano non è certo cosa nuova, anzi affonda le sue radici accompagnando la nascita dell’uomo fino ad oggi. Ed ecco quindi che Schmidt attinge alle storie della sua vita svincolandosi da un facile autobiografismo per preferire le storie letterarie della sua vita, le letture, gli studi. Perchè nulla più di un evento trascorso può dirci cosa succede e cosa resta nell’attimo del dopo, quando tutto è così che è, così dovrebbe essere. Restituendoci la vera natura transitoria dell’uomo e della sua essenza.

Ma Schmidt, che pur naviga un classicismo colto ma non eccessivo, e che in questo specifico volume opera più l’azione dello studioso cercando nella forma quell’equilibrio magico che è la poesia (in un’intervista lui stesso ha detto: È ciò che in genere fanno i poeti, penso, del Quattordicesimo, così come nel Ventunesimo secolo. In genere traggo stimoli dalle sfide formali, sillabiche, dall’evitare il piede giambico, ecc. Credo che il lasciarsi affascinare dalla lingua, da come funziona e da ciò che è in grado di fare sia più importante, nel lungo termine, che la questione del contenuto. Non appena una poesia ha un contenuto, inizia a desiderare di avere un utilizzo – l’intervista completa è qui) non riesce a non sbilanciarsi verso un contenuto importante che è poi di fatto il motore prima della storia, di tutte le storie, una risposta e un punto di riferimento: il desiderio. Gli esempi sono diversi e ricorrenti: Provammo desiderio? Lo provammo. Desiderio. / E cosa ce ne facemmo? Lo soffrimmo / dietro alle costole, tra gli occhi e tra le orecchie, […] e, spianata come un grembiule, grigio e bruno, / nella maturità gli nascose anche il ventre, / gli nascose il desiderio, lui la pettinava e ripettinava […] Lui libera ogni eroina dalla sua storia, / la spoglia e, vestendola di desiderio, / accumula notte dopo notte estasi furtive […] lo ricordi o è nuda la tua mente / lui ti resta fedele fedele e con un desiderio fisso […] un uomo del suo mondo è fedele al tuo contratto / l’intreccio di desideri in quei giorni andati col tempo […] Nel mio cuore Eros, in ogni stagione, / ancora intesse un nido, dove un solo / desiderio è implume, un altro nell’uovo […] sta per crescere un bambino / su cui possiamo imprimere / paura, odio, desiderio.

Un elemento, questo, il desiderio, che percorre tutte le storie e di conseguenza ogni storia, ogni vita. Un desiderio che però può anche spaventare per il suo essere così fondamentale e così mal utilizzabile tanto da rendercene vittima. Ma è fondo storia che ci insegna tutte le storie, tutte le umanità e tutte le nostre umanità. Perchè come bene ci fa capire Michael Schmidt l’uomo non è mai cambiato, è sempre uomo. E in questo ha la sua pena e la sua salvezza (se in qualche modo si può parlare di salvezza). Di certo la sua umanità nel momento in cui si impara che seppure tutto scorre qualcosa resta comunque. Che sia esso positivo o negativo. Che sia esso Parola o che sia Storia. Trasmettendoci, a mio avviso, un’ultima fondamentale domanda: se questa può essere una scelta umana, una nostra scelta.

Alessandro Canzian

Agatha

What is it like in heaven, Agatha?
I see you in those tight scuffed shoes, now dangling
Not over the playground wall (and your sharp knees
And the frayed serge skirt of your school uniform)
But off a black cloud hard against the blue.
They swing to and fro, to and fro, what can you see
So high above my head, and the tree and the hill?

Am I down here, is your house, is your lame cat Dorcas
With whiskers on the left side of her face
And a broken tail? Can you see us, do you want to now,
Recalled by the school alarm, the smell of asphalt
Softening in the sun, and the effulgent haze,
Or is all this fading, faded, faded out? If so, if your
Eyes have been able to uproot themselves from us,
Do they feed on the entire firmament, is it blue,
And is this as though it never had been at all,
Where I stand, where you used to sit on the wall?

What is it like, dear skinny Agatha,
With your sharp ribs under a stained singlet, your flat
Chest with nipples stuck on like round plasters,
Like valves, like coppers tipped slightly on smooth sand?
(We walked on the level shore at Capistrano
Gathering dark sand dollars and coolie-hat shells;
First we were five and six, then six and seven.)
What is it like, your straight lips pursed, your grey eyes, Agatha,
Gazing at a sky you’re new in and new to?
And what is it like, dear Agatha, without me?
What colour is your hair now, how do you wear it?
Still in braids, or piled up high, in a bun or pony-tail?
I stand beneath your cloud and ask and ask.

Agatha

Com’è in cielo, Agatha?
Ti vedo in quelle strette scarpe lise che dondolano ora
non dal muretto del parco giochi (e i ginocchi a punta
e la logora gonna in saia dell’uniforme della scuola)
ma da una nube nera impressa sull’azzurro.
Oscillano su e giù, giù e su, cosa riesci a vedere
da lassù sopra la mia testa, e gli alberi e la collina?

Ci sono io quaggiù, e la tua casa, e il tuo gatto zoppo
Dorcas, che ha vibrisse solo sul lato sinistro del muso
e la coda mozza? Riesci a vederci, vuoi forse sapere,
rievocato dalla campanella della scuola, l’odore d’asfalto
che al sole si scioglie, e la fulgida foschia, o tutto questo
sta sbiadendo, è sbiadito, svanito? Se così e se ai tuoi
occhi è riuscito di sradicarsi da noi,
si nutrono dell’intero firmamento, è azzurro,
ed è come se mai nulla di nulla fosse stato,
lì dov’ero in piedi, dove sedevi sul muretto?

Com’è, Agatha, scricciolo mio,
con le costole affilate sotto la maglia macchiata, il petto
piatto coi capezzoli aderenti come tondi cerotti, valvole,
monete premute sulla liscia sabbia lentamente?
(Camminavamo sulla spiaggia spianata a Capistrano
cogliendo scuri dollari di sabbia e coni di conchiglie;
(dapprima avevamo cinque e sei anni, poi sei e sette.)
Com’è, cara Agatha, sporgi le labbra dritte, gli occhi grigi, Agatha,
guardando il cielo in cui e a cui sei nuova?

E com’è, cara Agatha, senza di me?
Di che colore hai i capelli ora, come li porti?
Sempre in trecce, o in alto in una coda o un concio?
Sto sotto la tua nube e pongo domande su domande.

Desire

Did we feel desire? We felt it. We felt desire.
And what did we do with it? We suffered it
Behind the ribs, between the eyes and the ears,
In bowel and groin, as if struggling for breath,
As if we had been tackled or felled or had fallen
Out of a normal day onto a fist.
Our own palms sweated and pricked,
We peered out between our fingers. It had not seen us.

What did we do next? We read it, we got it by heart;
We put our ears to it and heard its little lungs
Puffing. We kept it warm, we fed it sweet things,
We sang to it, we turned it on its bed,
Plumped its pillow, cleared away the pans.
We held it close, it smelled yeasty, it smelled of soil.
What did we do? For a year we harboured it,
As if we were a modest town by a bay
And it dropped anchor, furled its sails, ran up its pennants…
The beautiful sailors with their sharp starched blue flaps,
The captain a wingless angel… no, the captain a man,
And at night the Chinese lanterns, bobbing, enchanting,
An ensemble of pipes, tabors and a fiddle.

Shuffling the heart, making it dance. It danced.
We watched from the quay and never went aboard.
They urged and urged us but we never went aboard.
One day it was all over. We woke, it had gone.
Like when the circus leaves a suburb lifeless,
Or it’s Epiphany and all the lighted trees
Smoulder in back yards and the smoke makes tears.
We turned to one another then with nothing to hold
But one another. We stayed in the town by the bay.
A moon swelled out of the sea and, once risen, abated
Into a now literal night we inhabit together.

Desiderio

Provammo desiderio? Lo provammo. Desiderio.
E cosa ce ne facemmo? Lo soffrimmo
dietro alle costole, tra gli occhi e tra le orecchie,
nelle viscere e all’inguine, come annaspando,
come bloccati o abbattuti o caduti
da un giorno normale in un pugno.
Ci sudavano e prudevano i palmi delle mani,
sbirciavano tra le dita discoste. Non ci aveva visti.

E poi? Lo leggemmo, lo imparammo a memoria;
avvicinammo le orecchie ai suoi piccoli polmoni
sbuffanti. Lo scaldavamo, nutrivamo di dolci,
cantavamo per lui, lo giravamo sul letto,
sprimacciando i cuscini, pulivamo i vasini.
Lo tenevamo stretto, odore acre, odore di terra.
Cosa facemmo? Per un anno lo ospitammo,
come una città modesta nei pressi di una baia

ed esso gettò l’ancora, riavvolse le vele, ammainò le bandiere…
I bei marinai dai colletti azzurri dritti e inamidati,
il capitano angelo senz’ali… no, il capitano uomo,
e di notte le lanterne cinesi, fluttuanti, ammalianti,
un’orchestra di canne, tamburelli e un violino
rimestavano il cuore, facendolo danzare. Danzava.
Guardavamo dal molo senza mai salire a bordo.

Incitati ed esortati non salimmo mai a bordo.
Un giorno fu tutto finito. Ci destammo, era sparito.
Come quando un circo lascia un borgo inanimato,
o è l’Epifania e tutti gli alberi accesi covano fuoco
nei cortili sul retro e il fumo fa lacrimare.
Ci voltammo l’uno verso l’altro senza più nulla cui
tenerci oltre l’altro. Restammo nella città presso la baia.
Una luna si gonfiò dal mare e, una volta sorta, sfumò
in una notte ora reale, da abitare insieme.

The Bus Stop

I missed the bus, and then it was of course
Too late to catch the train.
The rain came down through the shelter roof.
I sucked a cigarette and watched the rain.

I sucked a cigarette and tried to think
What, in the circumstances, I should do.
It was dark. There were lighted windows across the way,
Behind one of which, no doubt, were you,

Which is why I was in the cold and also why
I got there too late for the bus, and then for the train.
You kept me just long enough
So that I would have to come back to you again

Out of the dark, as if I was in love
Again, as if I could ever come back in love.

La fermata dell’autobus

Persi l’autobus, ed era l’ultima corsa,
troppo tardi ormai per prendere il treno.
La pioggia filtrava dalla tettoia del riparo.
Succhiavo una sigaretta e guardavo la pioggia.

Succhiavo una sigaretta e cercavo di pensare
a cosa, in quella circostanza, avrei dovuto fare.
Buio. Al di là della strada finestre illuminate,
dietro una delle quali, senz’altro, c’eri tu,

che è la ragione per cui ero al freddo e anche per cui
ero giunto troppo tardi per il bus, e poi per il treno.
Mi avevi trattenuto giusto il tempo necessario
perché fossi poi costretto a ritornarti

dal buio, come fossi innamorato
di nuovo, come fosse possibile tornare innamorato.

The Stories of My Life
i. Marginalia

By candle-light, the wavering text.
The pen he drives above the words
A wing in flight, its urgent pulse
In dialogue with what he reads
(As ventricle with ventricle
Exchanges confidence and blood,
Telltale and intimate, profane),
Its nib a beak, its nib a noise
Of rookeries, of pinions.
Out of the crystal pool it drinks,
Its voice is black… His lips make shapes
Of sound, his tongue tip like a kiss.

He frowns and notes, ‘In getting books
I always seek a margin wide
As possible,’ and this is for
‘Comments, agreements, differences.’
If there’s too little space he puts
‘A slip of paper between leaves
Secured by imperceptible
Portions of gum tragacanth paste.’

He talks in whispers to himself,
‘Freshly, boldly, without conceit.’
That’s how his ‘cynosures’ communed
With God and Nature in old times,
Taylor, Temple, Thomas Browne,
‘The anatomical Burton,
And Butler, that most logical
Analogist’. Their styles possessed
‘A richly marginalic air.’

From these alert, immediate flights
His essays grow, his tales arise
Like Pandemonium from the dark
Exhaled, and Lucifer close by.
Into a text he plummets, soars,
And moonless rides its hurling waves;
Returning, perches on a plinth
And croaks his chilling negatives.

‘Cover your nose,’ says Henry James.
Poe is provincial, sulphurous,
Employing ‘vitriol for ink’,
‘And yet…’ So the concessions start.

Reading the tidy notes and runs
Precisely penned, as if a scribe
From Gower’s stone scriptorium
Had travelled centuries to scratch
The tiny clarities, and sow
The seeds of stories, essays, poems,
The sense comes of a man enslaved
By that ‘new nation’ (not so new):
What might it say if moral terms
Took a fresh turn? The frayed homespun,
The bold primeval, street satire,
And patriotic garbage too
Were effortful and treacherous.
What might inherence give rise to?

In his cold flickering studio
Visit his windows on the night,
Frames with their inked out canvases
Emitting melodies, not sense;
Pain, pleasure no analysis
Can circumscribe or make disclose
In paraphrase a prose idea.
He stayed poor. His wife was dying.
He stayed poor and she died, a girl
He loved. His poems envisaged death.
It came, it went. No Orpheus,
And nothing said and nothing meant
And nothing say and nothing mean
Except the spell you cast and what
A spell can conjure out of naught.

Le storie della mia vita
i. Marginalia

A lume di candela, il testo vacillante.
La penna che lui guida sopra le parole
un’ala in volo, il suo urgente pulsare
in dialogo con ciò che legge
(come ventricolo con ventricolo
scambia confidenze e sangue,
intimi e rivelatori, profani),
la punta è un becco, la punta un rumore
di colonie di volatili, piccioni.
Dalla pozza cristallina beve,
la voce è nera… Le labbra tracciano forme
di suono, la punta della lingua è un bacio.

Aggrotta la fronte e annota, “Prendendo i libri
cerco sempre il margine più ampio
possibile,” che mi serve per
“commenti, approvazioni, differenze.”
Se non c’è abbastanza spazio mette
“un foglio di carta tra le pagine
fissato con un’impercettibile
quantità di pasta di gomma fissante.”

Si rivolge a se stesso sussurrando,
“con schiettezza, audacia, senza supponenza.”
È così che le sue “cinosure” erano in comunione
con Dio e la Natura nei tempi andati,
Taylor, Temple, Thomas Browne,
“l’anatomico Burton,
e Butler, quell’estremamente logico
analogista”. I loro stili possedevano
“un’aria riccamente marginale”

Da questi vigili, immediati voli
crescevano i suoi saggi, scaturivano le storie
come un pandemonio dal buio
esalato, e Lucifero accanto.
In un testo precipita, s’innalza,
e illune cavalca le sue onde impennate;
tornando, si posa su un plinto
e gracida i suoi raggelanti negativi.

“Copriti il naso,” dice Henry James.
Poe è provinciale, sulfureo,
impiega “vetriolo al posto dell’inchiostro”,
“Eppure…” Così iniziano le concessioni.

Leggendo le ordinate note e passaggi
vergati con precisione, come se uno scriba
dallo scriptorium in pietra di Gower
avesse viaggiato per secoli al fine di grattare
le minuscole illustrazioni, e piantato
i semi di storie, saggi, poesie,
se ne ha il senso di un uomo schiavizzato
da quella “nuova nazione” (non così nuova):
cosa potrebbe dire se i termini morali
si rinnovassero? Il logoro manufatto,
l’ardita originaria satira di strada,
e anche il patriottico ciarpame
erano facili e ingannevoli.
Che cosa potrebbe scatenare l’inerenza?

Nel suo freddo studio sfarfallante
visita la sua finestra nella notte,
cornici con le tele inchiostrate
emettono melodie, non senso;
dolore, piacere non analisi
può circoscrivere o svelare
in parafrasi un’idea in prosa.
Viveva in povertà. La moglie stava morendo.
Viveva in povertà e lei morì, una ragazza
che amava. Le sue poesie affrontavano la morte.
Veniva, andava. Nessun Orfeo
e nulla detto e nulla inteso
e nulla dire e nulla intendere
a parte l’incantesimo che scagli e quello
che un incantesimo può evocare dal nulla.

Who writes the history? There is no war,
No victory or victor.
Separation, hearsay,
Gossip, innuendo, rumour
Whispered until there is a conjuration,
A demon spins into view and now
There has to be a war, and she the victim
Holds behind her back a scimitar,
Froth of blood still on it, and intones
How it has been, lays out the fresh wounds
Side by side like fish on a market slab.

Chi scrive la storia? Non c’è guerra,
né vittoria o vincitore
Divisione, dicerie,
pettegolezzo, insinuazione, chiacchiere
sussurrati finché c’è una congiura,
un demone compare vorticando e ora
dovrà esserci una guerra, e lei la vittima
tiene dietro la schiena la scimitarra,
ancora schiumante di sangue, e intona
com’è stato, espone le ferite fresche
in fila come pesce sul banco del mercato.