Richard Beer-Hofmann, Pierrot Mago – Hugo von Hofmannsthal, L’Alchimista

filippicoverCOLLANA Danubiana
Letteratura austriaca
Richard Beer-Hofmann, Pierrot Mago – Hugo von Hofmannsthal, L’Alchimista
A cura Di Paola Maria Filippi
ISBN 978-88-96263-62-4
pp. 230, € 12,00

Nell’Austria di fine Ottocento – inizio Novecento il genere pantomimico conobbe una grande fortuna. Molti autori importanti sperimentarono con passione questa forma drammatica non-verbale lasciando testimonianze di un’attenzione tutt’altro che superficiale. Il potenziale di forme espressive alternative al parlato fu altresì indagato con partecipazione e grande carica innovativa da registi e teorici del teatro alla ricerca di modalità non convenzionali rispetto alla tradizione realistico-naturalistica e maggiormente in grado di esprimere le istanze della contemporaneità. Fra tutte le voci, quella di Vsevolod Mejerchol’d che, nel 1912, così sintetizzava la diffusa attenzione al genere pantomimico e i due precedenti decenni di sperimentazioni:

«Attualmente la maggior parte dei registi si dedica alla pantomima e preferisce questa forma drammatica al teatro di parola. Mi sembra non sia un caso. Qui non si tratta solo di una questione di gusto. I registi si preoccupano di coltivare questo genere non solamente perché la pantomima è portatrice di un particolare fascino che incanta. Nell’opera di ricostruzione del vecchio teatro il regista moderno ritiene necessario cominciare dalla pantomima, perché nella rappresentazione di queste opere mute si rivela agli attori e ai registi tutta la forza degli elementi primordiali del teatro: la forza della maschera, del gesto, del movimento e dell’intreccio».

Come scrivevo nella postfazione alla prima edizione italiana di una raccolta di pantomime di Hermann Bahr e Arthur Schnitzler, questo teatro senza parola diviene oggetto di sperimentazione fin dal momento in cui «la crisi del linguaggio viene avvertita dagli autori più sensibili e recettivi».

La necessità di elaborare forme di comunicazione estetica alternative all’espressione fonica si pone come una sorta di imperativo categorico, che si concretizza non solo in produzioni sperimentali, ma viene altresì teorizzato ed elaborato criticamente in lettere, frammenti, aforismi, recensioni da tutti coloro – e sono veramente tanti – che partecipano a questo dibattito critico-letterario. Fra gli innumerevoli richiami poetici e artistici che si potrebbero addurre, vanno ricordati almeno gli scritti di Theophile Gautier, che aveva definito la pantomima una «disposition d’âme» che si esprime in una successione di “quadri” e che rappresenta un antecedente immediato a quella Seelenkunst degli Jungwiener contraltare all’estetica naturalistica e alla concezione mimetica della realtà.

dalla prefazione di Paola Maria Filippi