Alfabeto dell’invisibile. Dialogando con il mondo (7 settembre, Biblioteca Ariostea di Ferrara)

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ll 7 settembre, alle 17:30, presso la Sala Agnelli della Biblioteca Comunale Ariostea ci sarà
“Alfabeto dell’invisibile. Dialogando con il mondo”
un incontro per ascoltare poesie lette, recitate, musicate e cantate
a cura di Altroteatro – Associazione culturale Firenze
Ci saranno Alessandro Canzian, Giuseppe Maddaluno, Antonello Nave, Antonio Lombardi, Giancarlo Rossi, Vincenzo Santaniello, Benedetta Tosi
Testi di: Pat Boran, Coral Bracho, Chiara De Luca, Nuno Júdice, Tamara Kamenszain, Michael Schmidt

Pat Boran è nato a Portlaoise nel 1963 ed ha vissuto a lungo a Dublino, dove è stato organizzatore di festival, writer-in-residence, e, più recentemente, conduttore radiofonico ed editore. Tra i numerosi riconoscimenti che gli sono stati attribuiti ricordiamo il Patrick Kavanagh Award (1989) e lo O’Shaughnessy Award for Poetry nel 2008. Ha pubblicato cinque raccolte poetiche e una raccolta antologica che riunisce l’insieme delle sue opere e alcuni inediti. (2005/2007). Edizioni delle sue poesie sono apparse in Italiano, ungherese e macedone. Ha pubblicato il memoir in prosa The Invisible prison (2009) il popolare tascabile The Portable Creative Writing Workshop (1999, edizione aggiornata 2005) e il racconto per bambini All the Way from China (1999), finalista al Bisto Book of the Year. Ha diretto l’autorevole rivista «Poetry Ireland Review» e curato numerose antologie, tra cui la più recente è Shine On (2011) in supporto delle persone affette da disturbi di salute mentale. È membro di Aosdána.

La voce poetica di Pat Boran è da sempre profondamente radicata nel quotidiano. Boran è un avido e curioso osservatore di tutto ciò che lo circonda, e possiede il raro dono di dar forma di poesia a ogni minimo evento, senza tuttavia mai risultare banale, senza mai scadere in una forzata apologia delle piccole cose. La sua poesia è in grado infatti di parlare con naturalezza di grandi eventi che hanno segnato la storia dell’umanità, così come di circostanze personali e familiari che hanno determinato il suo processo di identificazione in quanto individuo e poeta. La sua capacità visionaria riesce a penetrare la superficie degli oggetti più quotidiani (la mela sul tavolo, l’uomo di neve) mostrando al lettore quanto tutto parli in fondo anche di noi e si rivolga a noi senza che riusciamo a fare altrettanto (il cane che ci scruta, ci guida e protegge, ma anche il verme che svolge in segreto il suo mestiere, tanto sacro quanto deprecato). Nella poesia di Boran anche il passato abita il presente cui la poesia lo richiama, nominando i volti, evocati dalle vecchie foto, dai luoghi ormai derelitti, dai ricordi, che riemergono all’improvviso, inaspettatamente, talvolta per ferire e muovere al rimpianto, talvolta per strappare un sorriso nei momenti più duri, popolando la solitudine di echi e sguardi lontani. La lingua poetica di Pat Boran è estremamente viva, “abbastanza flessibile per lasciare la pagina” (Poetry Ireland Review) per venirci incontro e trascinarci nel flusso del discorso.

Chiara De Luca

Forse è all’esempio di Miroslav Holub, scienziato e poeta al contempo, che Pat Boran deve una delle sue grandi acquisizioni—una oggettività che si potrebbe definire scientifica; una abilità di mantenere un determinato distacco dal suo oggetto, di distanziare la sua poetica dall’Io empirico, per conseguire una prospettiva più chiara sul mondo. Eppure il suo distacco non è in alcun modo dogmatico; il calore tonale e l’empatia emotiva non mancano mai laddove risultino appropriati: nella poesia d’amore o nell’elegia. A parte l’attitudine scientifica che Pat Boran spesso adotta nei confronti della realtà, la sua opera riflette un acuto interesse nei confronti del pensiero scientifico stesso. Tra i nomi citati nei suoi libri, troviamo J.B.S. Haldane, Niels Bohr e Albert Einstein. Ci sono “Appunti per un film sulla vita di Galileo Galilei”; una eclissi di luna osservata attraverso la lente poetica; e “Tempo di coricarsi nella casa dello scienziato” suggerisce che i semplici fatti del dato scientifico gettino un incantesimo simile a una storia (“Dicci i nomi delle lune di Giove, / le valenze degli atomi da 1 a 103”). Nella pregnante “Waving”, la rievocazione dell’infanzia confluisce inaspettatamente in una epifania scientifica nel preciso istante in cui una nota ridondante avrebbe potuto costituire un pericolo.

Mentre sperimenta nel suo laboratorio linguistico, Pat Boran – sfidando il rischio delle locuzioni frammentarie – è più spesso un poeta dell’implicazione che dell’esplicazione.

Il lettore si distanzia dalla testimonianza presentata ogni volta che lo scrittore muove verso il click finale della chiusa narrativa. Fin dall’inizio, Pat Boran esce vittorioso da quella che è una delle sfide più dure in poesia: capire quando una poesia sia da considerarsi finita e debba perciò essere lasciata sola. Non esagera mai né mai indugia più del dovuto; le sue poesie sono notevoli sia per la loro risonanza che per il loro ritegno. In senso molto lato, i testi di Pat Boran possono essere fatti rientrare in due categorie principali: poesie che delineano l’umana lotta per dare un senso alla nostra esistenza su un misterioso pianeta a galla – forse addirittura alla deriva – nello spazio; e poesie di modalità più diretta, in cui le persone vengono ricordate in vita, elogiate in morte o celebrate in amore.

Dennis O’Driscoll

Coral Bracho è nata a Città del Messico nel 1951. Tra i suoi libri di poesia ricordiamo: Peces de piel fugaz [Pesci di pelle fugace, 1977], El ser que va a morir [L’essere che va a morire,1982], Bajo el destello líquido [Sotto lo scintillio liquido,1998, che raccoglie i suoi libri precedenti], Tierra de entraña ardiente [Terra dalle viscere ardenti, 1992, in collaborazione con la pittrice Irma Palacios), il volume che riunisce i titoli precedenti Huellas de luz [Orme di luce, 1994] e La voluntad del ámbar [La volontà dell’ambra,1991] Ese espacio, ese jardín [Quello spazio, quel giardino, 2003], che ha ricevuto lo Xavier Villaurrutia Prize e Cuarto de hotel [Stanza d’albergo, 2007]. Nel 1981 le è stato assegnato il Premio Nazionale di Poesia Aguascalientes per El ser que va a morir. Fa parte del Sistema Nacional de Creadores de Arte ed ha ricevuto una borsa di studio della Fondazione Guggenheim.

 

Quello spazio, quel giardino, annuncia il titolo di questa raccolta poetica di Coal Bracho, che si configura piuttosto come una sola poesia di ampio respiro. E ci chiediamo dove voglia portarci la poetessa, dove si trovino esattamente quello spazio, quel giardino. Ben presto ci rendiamo conto che la poetessa intende condurci nel mondo della sua infanzia, aprircene le porte, invitandoci a entrare. La poetessa ci chiama a visitare l’eterno giardino dell’innocenza, situato fuori dal tempo e dallo spazio, eppure sempre presente, fisicamente presente. Come sono fisicamente presenti i ricordi, i volti che sembrano materializzarsi da vecchie foto e tornare a sorridere, i bambini che ci sembra di sentir gridare e di veder correre a perdifiato nel giardino, il padre perduto, il padre guida muta, assenza onnipresente. Tutto nella poesia di Coral Bracho è pervaso da una inesausta vitalità, anche la morte vi si personifica, e prende il suo legittimo posto tra le cose. Con questo suo canto sospeso, misterioso e spesso oscuro, la poetessa sembra voler entrare in contatto con l’anima degli oggetti, che tutto hanno visto e preservato, per guardare attraverso gli occhi delle finestre, schiudersi come le porte della casa, lasciando entrare le ombre, mai esorcizzate, bensì evocate. Nella solitudine accogliente della notte i fantasmi non fanno più paura e i ricordi, in punta di piedi, vengono a trovarci e si fanno più vivi, più nitidi, come lo sono le storie dei bambini, in cui angeli e mostri convivono. Così come nella memoria convivono il dolore dell’assenza e la gioia della presenza che la perdita non ha potuto estinguere. E la realtà si trasfigura come neve che si scioglie.

Nuno Júdice è nato a Mexilhoeira Grande, Algarve. Oltre a essere uno dei maggiori poeti contemporanei di lingua portoghese, è saggista, narratore, traduttore e critico letterario. Attualmente è professore di Letteratura all’Universidade Nova di Lisbona, dove vive. Tra il 1969 e il 1974, ha fatto parte della redazione della popolare rivista “Time and Mode”. Nel 1997, è stato consulente culturale dell’ambasciata del Portogallo e direttore dell’Istituto Camões di Parigi. Sue poesie sono state tradotte in spagnolo, italiano, inglese e francese. Lavora per il teatro e ha tradotto autori come Molière, Shakespeare ed Emily Dickinson. Si occupa della sezione cultura della Fondazione José Saramago, creata nel 2008. È stato nominato Grande-Oficial da Ordem de Sant’Iago da Espada in Portogallo e Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres in Francia. Júdice ha ricevuto vari riconoscimenti letterari e gli sono stati assegnati numerosi premi, tra cui il prestigioso Reina Sofía per la poesia iberoamericana 2013, il più importante della penisola iberica. Tra le sue opere più recenti ricordiamo: Poesia Reunida (1967-2000) (2000), Pedro, Lembrando Inês (2001), Cartografia de Emoções (2001), O Estado dos Campos (2003), Geometria Variável (2005), As Coisas Mais Simples (2006), O Breve Sentimento do Eterno (2008), A Matéria do Poema (2008), Guia de Conceitos Básicos (2010), Fórmulas de uma luz inexplicável (2012), Navegação de Acaso (2013).

“Mi costringo a scrivere ogni giorno, come un impiegato. Scrivere è la mia vita. Mi piace farlo, non mi dà da vivere, però è la mia maniera di essere”, dice Júdice a Antonio Jiménez Barca su «El Pais». Eppure nessuna delle sue poesie appare in alcun modo esito di costrizione o forzatura, né ha il sapore di un testo d’occasione o di un esercizio virtuosistico. Il poeta è simile piuttosto al pellegrino, che talvolta non vorrebbe partire per luoghi sconosciuti, poi fa leva su se stesso e si mette in viaggio verso una meta che non ha, per approdare al vuoto (lo stesso che occasiona la poesia), e scoprirvi cose inaspettate, tornando carico di tesori al punto di partenza, all’intersezione tra più mondi. Apprestandosi al viaggio del comporre, Júdice si lascia trasportare dalla propria stessa scrittura, interroga le parole, le lascia risuonare, riverberare nell’eco di se stesse, poi prova nuove combinazioni alla ricerca di quella “musica delle parole” che costruisce anche – a livello incosciente, talvolta, ma pienamente dominato nella tradizione poetica, una musica del senso” (La poesia nel mondo). Dalle sue poesie traspare un raffinato gusto del linguaggio, il poeta pare divertirsi nel manipolare la lingua a piacimento, cercando di forzarne i limiti, pur sapendo di non poterli mai del tutto valicare. Alcuni testi di La materia della poesia sono particolarmente complessi dal punto di vista sintattico, le idee vanno concatenandosi verso dopo verso, generando l’andamento di un discorso che a sua volta si riflette, attuandosi, inscenandosi. Il poeta incastra sapientemente tra loro i mattoni del linguaggio per costruire l’edificio del discorso filosofico, che si traduce spesso in una riflessione meta poetica: la poesia interroga se stessa e le singole parole si tendono all’estremo del proprio senso, frastagliandosi nelle sue molteplici sfumature, quasi a voler mettere alla prova la propria resistenza. In altre poesie Júdice veste con estrema naturalezza panni altrui, assume nuove identità, reali o presenti nell’immaginario collettivo, racconta o rievoca storie che non gli appartengono, o che gli appartengono solo in forma mediata, simbolicamente, quali proiezioni di sé e di esperienze pregresse. Vi sono infine poesie in cui sveste ogni maschera e si rivolge senza alcun filtro – onirico, surreale, ironico, filosofico – al lettore. Sono le poesie che Júdice, in un’intervista rilasciata a Millicent Borges Accardi per «Portuguese American Journal», definisce “le più profonde”, quelle in cui combina passato e presente “per creare una pienezza che nutre la vita e la poesia”, ripristinando l’interezza della loro relazione. L’altezza di queste poesie “piene” risiede nella profondità dell’introspezione, nella pacata oggettività della descrizione, nel dolente distacco dalle cose nel momento stesso in cui il poeta le abbraccia con lo sguardo. In queste poesie il poeta abbandona la mise-en-scène, sceglie il sintagma più lineare dal serbatoio di quella sua complessa “sintassi dell’io” di cui efficacemente scrive Vincenzo Russo in un bel saggio comparso su «Griseldaonline», e mette liberamente in scena se stesso e la propria diretta e personale esperienza delle cose, quand’anche simbolicamente trasposte, scandagliando il buio della propria memoria in cerca di figure che riemergono prepotentemente alla luce del presente. È lì che la musica della parola le avvolge e rischiara, integrandole alle “cose più semplici”, di cui Júdice estrae la complessità e il mistero, alla frontiera tra il mondo empirico, con tutte le sue stratificazioni di concreti mondi concentrici, e i mondi altri che ammiccano nel buio dove la poesia si addentra per tornare.

Nata a Buenos Aires nel 1947, Tamara Kamenszain ha effettuato i suoi studi superiori e universitari a Buenos Aires, laureandosi alla Facoltà di Lettere e Filosofia, per poi intraprendere una intensa carriera in ambito letterario, collaborando con numerosi giornali e riviste letterarie, tra cui «Revista 2001», «La Opinión», «Plural», «UnoMásUno» e case editrici, tra cui Granica e il gruppo Aguilar-Altea-Taurus-Alfaguara. Ha inoltre preso parte, come insegnante o coordinatrice, a numerosi laboratori di saggistica, poesia e scrittura teorica alla Universidad Nacional Autónoma di Città del Messico. Dal 1979 al 1991 ha insegnato al centro culturale San Martín e al Colegio Argentino di Filosofia in Argentina e tenuto corsi presso le università di Argentina, Messico e Stati Uniti. È stata visiting professor alla Johns Hopkins University e fellow per la poesia presso la John Simon Guggenheim Memorial Foundation. Attivissima nel campo della promozione e diffusione della letteratura, ha preso parte a un gran numero di conferenze, conversazioni e seminari. È stata coordinatrice delle attività extracurricolari della UBA. Attualmente insegna presso la sede argentina della New York University. Tra le sue opere poetiche ricordiamo De este lado del Mediterráneo (1973), Los no (1977), La casa grande (1986), Tango bar (1998), El ghetto (2003), Solos y solas (2005), El eco de mi madre (2010), La novela de la poesía (2012). Tutte le opere poetiche della Kamenszain, insieme ad alcuni inediti, sono state poi raccolte dall’autrice stessa nel volume La novela de la poesia. Poesía reunida (Adriana Hidalgo Editora 2012), che la Fundación El Libro, ente organizzatore della Fiera del Libro di Buenos Aires, ha eletto “miglior libro di creazione letteraria pubblicato nel 2012”. Tra gli scritti critici della Kamenszain ricordiamo Historias de amor y otros ensayos sobre poesía (2000), che raccoglie le precedenti opere di saggistica della Kamenszain, e La boca del testimonio (2007). Sue poesie scelte e raccolte poetiche sono state tradotte in inglese, francese, portoghese e tedesco. Una scelta di poesie dalla raccolta poetica El ghetto è stata pubblicata con la traduzione italiana di Chiara De Luca nel sito Poetry in Translation[1]. Tra i riconoscimenti che le sono stati attribuiti ricordiamo: il primo premio municipale e il terzo premio nazionale per la saggistica, la borsa di studio della Fondazione John Simon Guggenheim, il premio Konex de Poesía, la medaglia al merito Pablo Neruda del Governo del Cile e il primo premio di poesia latinoamericana Festival de la lira.

“E il cuore quando d’un ultimo battito / avrà fatto cadere il muro d’ombra / per condurmi, Madre, sino al Signore, / come una volta mi darai la mano […]” scrive Giuseppe Ungaretti nella sua indimenticabile poesia alla Madre. Ed è all’Ungaretti del Taccuino del vecchio che Tamara Kamenszain chiede aiuto per cantare lo sconfinato dolore derivato dal taglio delle radici, della definitiva separazione che la lascia orfana dell’alterità che l’ha generata e la contiene. L’eco di mia madre sembra nascere dalla confluenza di una polifonia di echi, che ne fanno canto corale, come spesso avviene nella poesia della Kamenszain. Il fiume in piena della voce della poetessa scorre verso la foce del silenzio, accogliendo in sé il canto d’altri poeti – amici e sodali, sconosciuti e all’apparenza distanti – condividendo il viaggio oscuro del tentativo di contenere in parole ciò che ne esonda, per pronunciare la sottrazione, la presente assenza esperita dalla figlia desmadrada dalla inesorabile malattia che l’ha privata della madre prima ancora che quest’ultima morisse. Le parole di César Vallejo, Lucía Laragione, Coral Bracho, Sylvia Molloy, Diamela Eltit, José Asunción Silva, Alejandra Pizarnik, che segnano un’esperienza di vita condivisa, sono richiamate dalla poetessa come il la che le restituisce la voce spezzata dal dolore che ha “tagliato il libro” nel profondo dell’infanzia, inducendo la bambina al canto. La poesia è dunque ciò che sopravvive al silenzio. Le parole sono pietre, scavate a una a una dal greto del fiume, dalle brulicanti profondità dell’inconscio, dove l’identità adulta si amalgama e fonde con l’essenza dell’infanzia, nell’argilla da cui rinascere e prendere nuova forma, orfana della matrice, matrioska, originaria.

Nella proiezione attuata da Ungaretti, la madre assume le sembianze dello psicopompo che accompagnerà il figlio alla morte così come l’ha accompagnato alla vita e nella vita. Nell’Eco di mia madre i ruoli s’invertono. La figlia si trova a dover condurre per mano la madre, come una guida un cieco, divenendo essa stessa madre di chi l’ha generata, senza esservi pronta, perché, come scrive Diamela Eltit, citata in esergo, di fatto non lo si è mai. Questa metamorfosi della figlia in madre induce la poetessa a una spoliazione, la costringe a esercitare violenza su se stessa per mettersi da parte, annullando il proprio bisogno di guida e di certezza, la propria identità di figlia ancora “bambinona”, più che mai timorosa, spaventata, a sua volta abbandonata senza appiglio come un cieco in un luogo ignoto e mai neppure immaginato. Nel processo di duplice metamorfosi della figlia in madre e della madre in figlia anche la lingua poetica si deve riplasmare alla rovina, dalle macerie della memoria della madre, sparpagliate nel buio della mente. Da questa tabula rasa riemergono progressivamente i vagiti dell’infanzia, il lallare in cerca di un suono, filastrocche infantili che disegnano la “m”, reinsegnano a dire Mamma, Madre, come fosse per la prima volta, come se così potesse tornare alla figlia che l’accompagnò a morire due volte, e ripartorirla.

Michael Schmidt è nato in Messico nel 1947. Ha studiato al Wadham College di Oxford. È Professore di Poesia alla Glasgow University, dove è Responsabile del Programma di Scrittura Creativa. Nel 1969 è uno dei fondatori della casa editrice Carcanet Press Limi­ted, di cui è direttore editoriale. Nel 1972 ha fondato la “PN Review”, una delle più importanti e autorevoli riviste letterarie nel panorama della letteratura di lingua inglese. Poeta, narrtore, curatore di antologie, tradut­tore, critico e storico letterario, è membro della Royal Society of Literature. Nel 2006 gli è stato assegnato un O.B.E. (Officer of the Order of the British Empire) per il servizio reso alla poesia. Di Michael Schmidt sono uscite in Italia le edizioni bilingui di The Stories of My Life (Le storie della mia vita, Kolibris 2015) e Collected Poems (Una parola che il vento ci ha passato. Poesie 1972-2015, con la traduzione di Chiara De Luca).

Le storie della mia vita è una raccolta corale, in cui il racconto del viaggio dell’esistenza individuale si radica nel terreno della Storia collettiva e s’intreccia con il percorso esistenziale delle persone incontrate, di quelle perdute, e di quelle che la morte ha sottratto ma continuano a vivere nel ricordo e nell’aria e nel verso, siano esse grandi personalità letterarie del passato, persone amate, o luminose figure oscure. Uno dei compiti che Schmidt affida alla poesia è quello di scavare nel passato, per riportare in vita i ricordi, per dialogare con i cari estinti, tanto vivi e straordinariamente presenti nei versi, che li evocano e incarnano, affinché li si possa guardare in volto e ascoltare, impedendo che le loro storie si spezzino, e facendo sì che continuino invece a riverberarsi nel tempo. Nelle riscritture e variazioni di Archéologie il poeta instaura un dialogo ideale con gli autori del passato, riportandone in vita e attualizzandone la voce, facendola propria per evidenziarne la modernità e l’autenticità del messaggio, mostrando come la poesia possa parlare con la nostra voce e del nostro tempo da tempi che ci erano parsi distanti, e ricordandoci come il nostro sentire affondi le sue radici in quel luogo al di là dello spazio e del tempo che è l’esperienza umana condivisa.  Nella sua ricerca di condivisione e di appartenenza al territorio comune dell’umano, la poesia di Schmidt è pervasa da un respiro internazionale, si confronta, implicitamente ed esplicitamente, mediante citazioni e riferimenti intertestuali, con la tradizione. Essa non ne costituisce però una sovrastruttura, bensì solide fondamenta su cui il poeta costruisce l’edificio della sua poesia sulla base di un piano personale in cui interiorizza e rielabora l’eredità letteraria e culturale con modalità del tutto peculiari, senza mai perdere di vista la ricerca di un impeccabile equilibrio tra forma e contenuto. Il poeta sceglie con cura ogni singola parola e le dispone secondo una sua personalissima partitura, in una melodia che non ha cedimenti, bensì segue un suo ritmo costante, che origina la tensione di ogni singolo verso. Ma la maestria linguistica di Michael Schmidt, la sua consapevolezza formale e l’enorme patrimonio culturale di cui dispone non mirano mai a un mero sfoggio autoreferenziale, né tantomeno a stupire il lettore. Il suo canto è sempre familiare, avvolgente, coinvolgente, l’attitudine del poeta amichevole nell’invitare il lettore a seguirlo, ripercorrendo le storie da lui narrate e la propria stessa storia. La poesia di Schmidt è anche sempre percorsa dall’afflato di una fede che non è mai dogmatica, bensì offerta con la naturalezza del dono, nel tentativo di ripristinare il dialogo con l’assoluto, aprendo spazi di silenzio nel caos del nostro tempo, per lasciare che la parola vi s’incida come il primo verso sul foglio bianco. Dio, nella poesia di Schmidt, è una presenza discreta, e un compagno nel viaggio dell’esistenza, piuttosto che una meta lontana cui ambire, o un distante interlocutore che non si può vedere né toccare. La poesia di Schmidt non si propone però alcun intento salvifico, non è animata da intenti didascalici, non prospetta alcuna soluzione catartica, né presume di offrire risposte definitive ai grandi interrogativi che ci assillano. Semplicemente vuole raccontare e condividere esperienze, dialogando con la memoria e abbracciando i ricordi, abitando l’Oltre nella realtà che ci circonda.

[1]«http://poetrytranslation.net/2014/05/12/tamara-kamenszain-il-ghetto/».