“La poesia e la barbarie. Francesco Benozzo intervistato sui recenti fatti di Parigi” (da “GraphoMania”)

da GraphoMania

Da diverse parti si parla della necessità della cultura come risposta alla barbarie a cui abbiamo assistito e assistiamo in questi giorni. Che riposte possono dare la letteratura e la poesia a questi avvenimenti? Lo abbiamo chiesto a Francesco Benozzo, il poeta anarchico modenese recentemente candidato al premio Nobel per la letteratura.

Può dirci il suo punto di vista, come poeta e come intellettuale militante, sui fatti drammatici di Parigi?
Si rivolge a me ed è un non senso nel non senso, perché io non sono adatto a capire niente di tutto questo e soprattutto non ho pensieri da comunicare su questa atrocità. Non sono affatto un intellettuale militante.

Mi risponda se può come poeta. Cosa può fare la poesia di fronte a questa barbarie?
Vista la sua insistenza anche rispetto alla mia inadeguatezza, visto che lei mi chiede che cosa può dire o fare un poeta il giorno dopo avere appreso queste notizie, le dico chiaramente che non riesco a pensare a questa carneficina nei termini di un nemico da arginare e di una lotta contro qualcuno. L’assoluta necessità che io sento è quella di uscire dal circolo vizioso del giudizio e della colpa, dalla strategia del capro espiatorio, e anche, se volgiamo davvero farla finita, dall’impostura retorica del dovere della memoria. Mi sembra più sensato, ormai, vedere questa barbarie come una sciagura biologica della specie umana, e come la manifestazione del cuore di tenebra che portiamo dentro di noi, anche se tendiamo a riconoscerlo negli altri. La poesia resta indifesa di fronte a tutto questo, ma assume anche per questo la sua archetipica funzione di guida: perché il linguaggio che essa parla prova per necessità a non essere quello degli uomini. Almeno la grande poesia. Almeno per me. Lo sguardo che un poeta ha è certamente senza pietà e senza compromessi, ma è uno sguardo sull’uomo che cede alla propria ferinità sanguinosa, non su un gruppo di uomini in lotta contro un altro gruppo di uomini. Qui si parla, per come la vedo io, del disastro biologico umano, di qualcosa che è a monte dei fanatismi religiosi e dell’avidità di potere, e che ha poco a che fare con l’idea di alzare barricate a favore della libertà. Concepire una reazione in termini di scontro di civiltà fa sempre parte della stessa serialità biologica, e nasconde a mala pena un’idea di vendetta travestita da qualcos’altro.

Quindi lei non vede alcuna speranza di riscatto? È una specie di determinismo senza sbocchi?
Poiché almeno dal Neolitico, da quando esiste l’accumulo di beni e di risorse, l’uomo ha incominciato a dare vita a sovrastrutture inglobanti e autoreferenziali, quali gli apparati statali, religiosi, economici, quando si parla di speranza lo si fa, temo, nei termini di una sopravvivenza di queste sovrastrutture. E allora diventa uno scontro tra apparati, non un confronto tra uomini; è un conflitto tra le speranze e le rivendicazioni di un apparato e quelle di un altro. La speranza c’è al di fuori degli apparati statali e delle gabbie del branco. Non so dirle altro su questo ma la mia sensazione è molto limpida. Lo sguardo di un uomo singolo raramente fa paura. La strategia di uomini ingabbiati nelle logiche del branco, da chi ne detiene il potere a chi lo subisce, è invece sempre fonte di spavento e di non senso. Non vedo alcuna via d’uscita che passi attraverso le infrastrutture politiche, religiose o statali alle quali gli individui delegano la propria coscienza e la propria idea di libertà.

Nella storia che cosa hanno fatto i poeti di fronte a vicende simili a queste?
La poesia esprime un cordoglio senza barriere, che è la commiserazione dell’uomo nella sua fatua esistenza tra le vite maestose della terra.

Foto | Gyrostat (Wikimedia, CC-BY-SA 4.0) [CC BY-SA 4.0], attraverso Wikimedia Commons