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Per leggere correttamente la poesia di Francesco Benozzo bisogna rischiare un salto ontologico senza garanzia. Non sono versi innocui. Hanno conseguenze. E il salto non è solo spostamento in altro tempo, luogo e spazio, secondo coordinate geografico-semantiche. Questa poesia è un cammino che procede con improvvisi assalti del meraviglioso, nasconde pericolosi declivi, ha una durata: evoca, da un’incolmabile distanza di sensi, volta per volta, sollecita il lettore che abbia saputo sostenere i doveri cerimoniali per accedere al testo.

Certamente è una poesia iniziatica, non già per contenuto e forma, e neppure per una precisa determinazione criptica dell’autore, ma perché ha una genesi talmente antica, alta e nobile da essere una poesia completamente nuova. Nulla in questi versi scommette con il suo tempo, con un qui. Non è una poesia che asseconda il tempo, né quello storico, né quello di una qualsiasi moda letterata. Ha l’ambizione precisa di edificare un tempo suo nella ritmica, nel lessico, e, più intimamente, nell’orizzonte percettivo. Le percezioni sono completamente alterate rispetto alla normale assuefazione dei sensi, e sono ricondotte ad ambiti specifici, microscopici e macroscopici, sono comunque saggiature di un universo in movimento dentro il poema e verso il poema. Le cose, che sono della natura, così, si appropriano di una tendenza totalizzante, ed in essa prendono corpo: sia la corsa franosa dell’appennino che frantuma e consuma l’esperienza tettonica di movimenti millenari, sia la puntigliosa astuzia del lichene adagiato nello spettro dei colori esiziali d’ un albeggiare attonito. Continua su Iris News