Giorgio Anelli, L’umana ferocia

COLLANA CHIARA – Poesia italiana contemporanea
GIORGIO ANELLI, L’umana ferocia
Prefazione di ANDREA TEMPORELLI

ISBN: 978-88-99274-34-4
pp. 48, € 12

Chi parla, quando si scrive? Spesso a prendere voce è una possibile umanità in cui ci siamo rispecchiati, uno stile, insomma, che ci ha accolti come una voragine. Dopo secoli di classicismo, ci siamo lasciati incantare dal desiderio romantico di originalità, dimenticando la dedizione dell’apprendistato, la fedeltà all’origine che non è semplice imitazione o esercizio di stile, ma ginnastica interiore in senso pieno, accrescimento d’essere attraverso la sequela di un maestro. Alla luce di tutto questo, riconosciamo in queste poesie di Giorgio Anelli la voce di un altro poeta, un giovane autore di culto tra pochi fedeli d’amore: Simone Cattaneo (1974-2009).

Dalla prefazione di Andrea Temporelli

L’umana ferocia di Giorgio Anelli, che vanta l’autorevole prefazione di Andrea Temporelli, è un libro coraggioso, un libro non comune, che scuote, indigna, fa riflettere, e induce a rallentare il passo sempre più rapido delle nostre giornate. Nell’Umana ferocia il poeta non usa perifrasi o metafore per descrivere la realtà dei nostri giorni, bensì un linguaggio schietto e diretto, prestando però sempre grande attenzione alla struttura formale, all’equilibrio ritmico e alla musicalità della parola.

La realtà da cui Anelli muove è la più dura, quella della solitudine e dello sradicamento, dell’alienazione e della perdita di punti di riferimento dell’uomo contemporaneo, abbandonato a se stesso nel fluire sempre più rapido del tempo, che lo vede spesso immobile e incapace di opporsi alla sua violenza. Qui il poeta non si erge a giudice, non fornisce soluzioni, opzioni, né via di fuga, ma si limita a descrivere ciò che vede e sente, in un costante interscambio tra realtà interiore e realtà esteriore, tra l’intimo e l’altro, ma sempre dalla prospettiva del dentro, accanto alle cose e alle persone che la sua penna tratteggia, restituendocele vive e tangibili nei versi.

Come afferma Temporelli nella prefazione, Giorgio Anelli, pur rispettando la peculiarità del proprio versificare, compie un’opera preziosa di recupero e prosecuzione di una tradizione molto vicina a noi, ma poco frequentata, accogliendo il lascito di Simone Cattaneo, morto suicida nella sua Saronno a 35 anni, la cui voce riecheggia in distanza tra queste pagine senza che quella di Anelli le si sovrapponga mai, né tenti di emularla. Anelli infatti instaura un ideale dialogo con Simone Cattaneo, ne prende il testimone, e continua la sua corsa solitaria e sofferta tra le strade impervie delle nostre città, smascherandone le ipocrisie e le paure, le debolezze e le fragilità della natura umana, senza sottoporle a giudizio, né esonerare se stesso dal sospetto, quando non dalla certezza, di mancanze e inerzie.

Ciò che sorprende e spiazza in questo libro è inoltre l’alternanza, spesso brusca, di toni e registri: dal colloquiale al lirico, dal poetico al narrativo, che riproduce l’alternarsi degli stati d’animo del poeta e la sua percezione delle mille sfaccettature, compresenti, e spesso discordanti di un reale ricco di contrasti e paradossi, descrivendo tutta la meraviglia e l’orrore dell’esistenza, tutta la miseria e la grandezza potenziale dell’umano.

Chiara De Luca, nota non inclusa nel volume

 

 

Ragazzi di vita

Alle tre del pomeriggio li trovi già lì sotto gli occhi di tutti mezzi biotti
le ragazzine e i ragazzini italiani che urlano e bestemmiano a Gallarate
corrono si credono supereroi
quella via è il loro ghetto come la bottiglia di whisky è il loro dio
se la bramano a vicenda; non importa se la polizia fa il suo dovere
per dispetto rincarano la dose imbrattando i muri e le saracinesche:
via gli sbirri dalle vie è il loro grido impazzito spruzzato a spray.
Ubriachi a dodici anni, tra non molto occuperanno una
sedia al Cps imbottiti di psicofarmaci, faranno qualche furto
per inorgoglire San Vittore con il loro puzzo di vita o
stupreranno il corpo innocente di qualche passante ignaro,
ignari loro stessi di esser già stati lasciati a briglia sciolta
da madri e padri della bella vita che fu, che non è più, che non sarà più,
e – se ci pensi – dal ’68 in avanti, non è stata mai