Claudio Pagelli su “L’umana ferocia” di Giorgio Anelli

Chi vive nello spavento
finisce nella ferocia

Emil Cioran

Una breve riflessione su L’umana ferocia di Giorgio Anelli (Kolibris Edizioni, 2017) non può non partire dal titolo stesso – già l’aggettivo “feroce”: che ha natura di belva, di fiera – svela, da subito, quella schiettezza che ritroveremo in molti dei componimenti pubblicati. Non di meno il sottotitolo Poesie dall’inferno riporta alla mente le inquietudini dei Poètes Maudits – penso a Verlaine, a Rimbaud, alla Scapigliatura Milanese, e più in particolare al rapporto conflittuale tra Poeta e Società che certamente è qui avvertito e denunciato.

Entrando in medias res – che vi sia una prossimità stilistica a Simone Cattaneo, anche accentuata, come rilevato da Andrea Temporelli in prefazione, è fuori di dubbio: dall’uso di un linguaggio tutto contemporaneo, alle volte crudo e violento; al ritratto complessivo di un’Italia smarrita, al tracollo morale; a una consistenza linguistica e strutturale, nel complesso, descrittiva e narrativa.

Così pure fuori di dubbio è il fatto che esistano delle diversità fra i due poeti – a esempio la ricerca dell’euphonìa, tramite rime e assonanze, nella poesia di Anelli sembra essere maggiormente sentita: verso versi di sangue/ come mescere vino/ nel rivedermi bambino/ il mio cuore langue…

Ricerca stilistica che pare fondersi con quel desiderio di dolcezza che talvolta affiora, come nella poesia “Ha occhi di madre la donna che amo”, dove il dettato si fa più morbido, più lirico.

Interessante notare il confronto iniziale fra Raymond Carver e San Paolo, entrambi citati in epigrafe – quasi una evocazione di Inferno e Paradiso, di Terra e Cielo – chiamati qui a convivere, a guardarsi in faccia – per poi plasticamente trasformarsi in Parola: faccia a faccia con te io mi specchio/ o luna benedetta delle notti folli/ delle notti insonni…

Poi il richiamo a Pasolini (“ragazzi di vita”) e in un certo senso anche a Baudelaire (“i versi del male”), conferiscono uno spessore culturale non trascurabile alla silloge.

In particolare, anche ne L’umana ferocia, come nell’opera del grande intellettuale italiano, si narra del degrado sociale e i protagonisti sono persone che vivono alla giornata: tossici, prostitute, ragazzini “che urlano e bestemmiano” girovagando senza meta.

Annotando, infine, che in “Gressoney” sembra si annidi il vero seme di luce di questo libro, dove una voce autentica e visionaria si erge senza paura, regalando bagliori: tutto grida il cuore della montagna/ ed è drammatico il divino nell’umano,/ è luce nella pioggia.

 

 

Claudio Pagelli