Giuseppe Ferrara sull’opera di Francesco Benozzo

originariamente pubblicato su Il Post delle fragole

Tutti, a parole, possiamo scrivere una poesia. Letteralmente.
Ma pochi, pochissimi scrivono Poesia a parole, suoni, immagini, visioni e presagi, cioè componendo in modo certosino tutti questi elementi.
Perché la Poesia, nel suo più alto e sofisticato fiorire, è faccenda di voli e versi di uccelli, di fruscio di foglie e tamburi nei boschi sacri e ancora prima che i boschi diventassero sacri e gli uccelli alfabeti, la Poesia è stata faccenda di terremoti, glaciazioni, di ferite e guarigioni geologiche, di forestazioni e desertificazioni, di maree tempeste e quindi di naufragi e isole deserte. Questa poesia ha bisogno di… passo e compasso di raggio e di circonferenza, del loro rapporto irrazionale per restituire il senso di una Vita unitaria; questa poesia ha bisogno di un centro da dove partire, di punti cardinali dove fare rotta per abilitare o riabilitare il mondo alla Vita.
È una Poesia, come è facile comprendere, che non riguarda le parole da infilare sulla pagina ma gli elementi primari dell’esistenza e dei nomi che diamo a ciò che, per questo stesso atto -quello di nominare- creiamo.

Come dice Chiara De Luca :

«Ascoltare Francesco Benozzo eseguire Onirico geologico accompagnato dalla sua arpa è immaginare come è nata la poesia ancor prima che esistessero i poeti».

E da lettori, da ascoltatori, noi ci rendiamo conto di questo perché c’è una poesia che Si legge nel mondo in cui siamo e nel modo in cui ci trova (sia nel mezzo di un naufragio o al riparo delle nostre capanne) e una poesia che Ci chiama dalle origini e che ci trasforma: magari ci chiama con una sola parola ma, per ognuno di noi, la Poesia che chiama, ha parole che nominano e formule magiche che operano magie.

Gli enormi cetacei glaciali agonizzanti…
Gridano versi che all’aria non si sentono…
I loro profili si aprono alle costellazioni…
È l’Appennino a Smerillo, prima di Marzo

La parola che mi ha chiamato è stata Smerillo.

Nella Poesia che chiama siamo come in mezzo a 4 cantoni e di tanto in tanto possiamo occupare uno degli angoli, uno solo alla volta.
Ma è nello stare in mezzo che la poesia ci gioca e ci diverte perché diventa tutt’uno con il nostro giocare e con il nostro divertimento, dall’inizio alla fine del gioco.
I quattro cantoni, i nostri punti cardinali, in rigoroso ordine alfabetico sono:

Ascolto, Canto, Lettura e Scrittura.

Smerillo è il luogo dove Benozzo ha fatto il suo sogno geologico; lui stesso nelle note al poema scrive: «…per comporlo ho trascorso giorni e notti abbarbicato alle pietraie dell’Appennino, sdraiato tra le felci, a contatto con pietre e rami. Si tratta di versi composti oralmente…».
E poco prima ci parla di questo Ascolto del paesaggio dove la parola poetica retrocede verso «…una centralità perduta, disponendosi con docilità rispetto ad un asse governato da un ciclo di rinascita senza apparente morte. […]… Il sogno appartiene a questa rinascita incessante e i suoi riti ne rinnovano l’arborescenza: esso è il nostro destino di orfani perenni, la nostra connessione con il passato pisciforme

La Terra è il Mare degli uccelli, ma è anche il Cielo… dei pesci.

Lo smeriglio (così simile a Smerillo) è il nome di un pesce diffuso nei mari freddi e temperati fino alla profondità di 400 metri. Il canto geologico di Benozzo non può che farmi ricordare che queste dorsali montuose, i nostri Appennini, le nostre Dolomiti, altro non sono che le creste di fondali oceanici che esistevano sulla terra nelle epoche glaciali: la terra in quel tempo era il cielo dei pesci, le vette che i pesci scalavano.

Questa parola smeriglio-Smerillo mi ha chiamato e richiamato, riunito, per così dire, a tutto questo e quindi al tema che mi è caro: la persistenza di un origine, qualcosa cioè che si muta e trasmuta proprio per persistere e lo fa attraverso un canto (esecuzione vocale di una melodia o di un ritmo ) o attraverso i versi di animali che…versano il loro nome a una cima, a un passo, a un pianoro. La parola, prima ancora che a comunicare, serve a questo: nominare.

Chi può avere il potere di fare ciò? Dare un nome, battezzare?
Benozzo ce lo dice:

in questa conca sono oltre i grandi poeti
oltre le tecniche dei cantori dell’Eurasia
oltre il volo precluso degli sciamani…

in questa conca sospesa – fanghi pelagici
io sono l’uomo-dei-confini che muove l’argilla

E i confini qui non stanno ad indicare dei limiti geografici (finti) o storici (finti) ma confini veri quelli tra superfici di autentiche separazioni fisiche tra terra-mare-cielo; fondali e creste; interno-esterno della conca; scavi e reperti; cose piccole e vicine con

cose grandi e lontane: tutte hanno un nome
ma il vero onore l’ho appreso senza parlare
prima di nominarle – voce e respiro –
nella nuda grammatica dell’albero
nella logica anarchica delle frane
nella sintassi dei frammenti d’orogenesi…

Era un sogno di felci – fratello poeta –
ad averci portato così in alto?

Sicuramente sì. E il sogno procede come una ripetizione di riti senza memoria, la rinascita incessante di miti e ritmi che ne rinnovano l’arborescenza originaria come accade in quell’antico rito che ogni anno si svolge nei boschi dell’Appennino Lucano (terra antica anch’essa) del matrimonio tra alberi e che la lettura di Benozzo ha risorto in me, riportandomi tra quei boschi in mezzo agli sciamani, ai grandi buoi sacri, ai canti del Maggio di Accettura.

Accettura è un piccolo paesino lucano situato a 770 m sul livello del mare. Il suo nome pare derivare dal latino acceptor-accipiter, sparviero o da acceptoia, località in cui si custodivano e si allevavano gli sparvieri. Secondo l’etimologia popolare, Accettura significherebbe Colei che accetta tutti; infatti, gli accetturesi sono molto ospitali.

Il paese è circondato da montagne e da fitte foreste. La boscosità del paesaggio e la frugalità in cui vive la popolazione sono lo sfondo naturale e umano della festa, in onore di San Giuliano, che si celebra a Pentecoste. Il Maggio è un fatto mitico, una festa della natura che ha una componente precristiana ed una cristiana che s’integrano; essa è fondata sull’antico culto degli alberi, molto vivo nell’età preistorica e medioevale.
Ancora oggi si celebra questo antichissimo rito nuziale propiziatorio.

Nel giorno dell’Ascensione, taglialegna e boscaioli esperti vanno alla ricerca dell’albero più alto e dritto nel bosco di Montepiano, l’albero del “maggio”. Il giorno della Pentecoste, i giovani si recano in un bosco vicino al primo, alla ricerca della “cima”, un agrifoglio spinoso e ramificato, che diventerà la sposa del “maggio”.

Il maggio scelto (solitamente il cerro più imponente) viene… spiaggiato nel bosco: la caduta di questo albero imponente ricorda il tuffo di un… enorme cetaceo agonizzante.

Albero cosmico il cerro. Caro agli dei guerrieri, albero di primavera e quindi della vita.

La cima viene scelta nel bosco su una montagna prossima alla prima: qui gli agrifogli già conoscono il loro destino di essere, una volta cresciuti, cima per un maggio. Gli antichi erano felici quando vedevano spuntare le bacche rosse dell’agrifoglio: segno che il sole aveva appena invertito il suo cammino.

Leggere i segni e unire tutto: il sole alle bacche.

Nei giorni in cui si celebra la festa del Maggio, vengono intonati canti d’amore e di corteggiamento, per accompagnare l’incontro tra i due “sposi”. Il martedì successivo, il maggio viene trasportato da numerose coppie di grandi buoi bianchi, mentre la cima viene portata a spalla, preceduta da una lunga fila di costruzioni votive, le “cende”. Dopo che la cima è innestata sul maggio, questo altissimo totem viene eretto nell’imponenza dei suoi 30-40 metri nel centro del paese e li resterà per un anno intero.

Su in alto nel cielo azzurro sopra le creste oceaniche delle dolomiti lucane, uno sparviero osserva lo strano movimento nella piazza del paese nel quale ha versato il suo nome e partecipa con grida acute alla festa.

Il grido di un uccello solitario
affila il cuore a spazi di mare aperto
l’isola è cima, il fondale è versante
la spiaggia orizzontale si è inarcata.

E qui tiriamo la volata al nostro traguardo , al gran premio della… montagna scoprendo che su a Smerillo, dove l’Onirico geologico si è… composto, anche lassù osano…le aquile.
Già perché smeriglio è anche il nome di un piccolo rapace!
Questa è la potenza della Poesia, questa è la potenza di Benozzo: la parola che chiama perché è stata ascoltata e quindi versata nel canto, la parola che legge il ruotare degli astri, i profili di creste e di valli è una parola che non si scrive ma si riempie è, cioè qualcosa di denso come solo un nome pienamente pronunciato può esserlo. Smerillo:

non cerco nulla dietro i fenomeni del mondo
camminando i paesaggi percorrono teorie

mi siedo e guardo il borgo – forre di tetti –
io, qui, non sto parlando di Smerillo
io ne celebro al buio la densità.

-Semplici coincidenze – direte voi: smeriglio-Smerillo/accipiter-Accettura.

Sarà così ma…
… resti di una specie fossile di falco risalente al Blancano inferiore (4,3–4,8 milioni di anni fa), un onirico geologico nel vero senso della parola, sono stati rinvenuti nella Formazione Rexroad del Kansas. Questo falco preistorico era leggermente più piccolo di uno smeriglio ed aveva zampe più robuste, ma per il resto era molto simile ad esso. Faceva parte della fauna locale del Fox Canyon e di Rexroad e potrebbe essere stato l’antenato del moderno smeriglio o un suo parente stretto. La sua età che fa retrodatare di molto la separazione tra smerigli eurasiatici e nordamericani concorda con l’ipotesi che lo smeriglio abbia avuto origine nel Nordamerica. Dopo essersi adattati alla loro nicchia ecologica, gli antichi smerigli si sarebbero diffusi in Eurasia prima che le calotte glaciali ricoprissero la Beringia e la Groenlandia durante le glaciazioni del Quaternario.

Tra le pietraie dell’Appennino piceno sono sicuro che Benozzo abbia ascoltato questo: il verso distinto e acuto di Quello smeriglio del Quaternario quasi in un sogno di rinascita incessante, di persistenza di un origine remota così come è facile per me ascoltare ancora oggi sulle dolomiti lucane i canti di sparvieri e le voci di alberi che si amano.

Già ma perchè Benozzo canta?

Credeteci: per lo stesso motivo per cui gli uccelli cantano.
Ma questo è tutto un altro…Post.