Claudio Gamberoni, “Aggrappati stiamo”, in uscita

COLLANA CHIARA – Poesia italiana contemporanea
Claudio Gamberoni, Aggrappati stiamo
Prefazione di Giuseppe Ferrara
Nota critica di Matteo Pazzi
ISBN: 978-88-99274-24-5
pp. 100, € 12

Clicca per ingrandire

Proprio perché la realtà è stata per lungo tempo intesa come la “semplice” creazione di Dio e non come il divino in sé, lo spirito occidentale si è molto più impegnato e dedicato al pensiero filosofico e teologico piuttosto che, come ha invece fatto quello orientale, all’ascolto del suono del vento o allo sguardo sulla foglia che cade: le nostre poesie devono essere di conseguenza abbastanza lunghe affinché vi si possa sviluppare un pensiero.
Quando un poeta adotta una forma breve già si volge, in virtù di questo semplice fatto, verso ciò che nel nostro rapporto con il mondo può essere poesia, perché questa “scelta” denuncia un tentativo – il desiderio – di ricucire uno strappo; perché questa scelta vuole mettere in discussione la concatenazione di concetti che sevono solo a fratturare il reale, a separare gli uni dagli altri; perché questa scelta è anzi manifestazione di una volontà di ricomporre l’unità dell’Universo sezionato dall’assurda regressione all’infinito del pensiero analitico.
Gamberoni comprende il compito arduo e forse irraggiungibile della poesia e lo fa nel modo più semplice, by standing under:
muovere i piedi, dare un ritmo e, a passi brevi, arrivare sul bordo della pagina per tornare indietro e ricominciare ancora una volta.

Dalla prefazione di Giuseppe Ferrara

Ciascuna esistenza possiede i crismi dell’unicità, unicità interpretata come irripetibilità. La porta dell’eredità è associabile, invece, a ciò che si lascia dietro di sé, la testimonianza del passaggio in una certa parte di mondo e in un certo tempo – tempo appunto!
Con dolcezza il poeta accarezza le prigioni della terra, prigioni colte nel loro sciuparsi o sfaldarsi o pregare. Si prendano a titolo di esempio i versi tratti dalla poesia, con velati accenti pascoliani o bertolucciani, “I falò dell’autunno incendiavano le terre” (p. 23), laddove si afferma: «… sei terra arsa dai fuochi dell’autunno / in attesa dell’aratro che solca / che ti fa gemere, che ti ferisce / rendendoti fertile./ Sopra di te la vita crescerà / cresceranno gli erbaggi, le granaglie / e i fuochi dell’autunno torneranno / a bruciarti, le sere illuminando / e il buio delle notti che saranno.».
Come una vecchia fotografia sgranata, il mondo cuce e ricuce attorno agli occhi del poeta le mani fredde del tempo.
Soppesare o quasi mettere sotto processo il peso dei giorni che corrono via, questo si può fare e allora come non ricordare i magnifici versi di Auden: «Come conigli correranno gli anni / perché io tengo stretto fra le braccia / il Fiore delle Età, / e il primo amore al mondo. // Ma tutti gli orologi di città / Si misero a vibrare e rintoccare: / “Oh, non lasciarti illudere dal Tempo, / non puoi vincere il Tempo».

Dalla nota critica di Matteo Pazzi