In uscita a settembre

Per noi, il tempo dell’esotismo è definitivamente tramontato. Noi non possiamo più accostarci ad un poeta africano per mero desiderio d’evasione, di regressione ad una sfera ancestrale e selvaggia, con l’attesa di trovarvi un’espressione di forze prerazionali, vergini, originarie, da contrapporre alla nostra sofisticata stanchezza di cittadini del vecchio mondo; e nemmeno, come il Sartre della prefazione ad Orphée noir, o come certo Pasolini («E ora… ah, il deserto assordato / dal vento, lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il mondo. // Africa! Unica mia / alternativa»), vedere nella civiltà africana una malleabile ed orientabile forza rivoluzionaria, un dinamitardo potenziale di rinnovamento.
Un poeta come Massoumou (non diversamente, del resto, dai poeti della négritude, dai Césaire e dai Senghor) rivive l’eredità africana attraverso la mediazione di un’approfondita e pienamente consapevole conoscenza della civiltà letteraria europea.
Per lui, come per noi, il patrimonio ancestrale della cultura africana – patrimonio di oralità, di rituali, di percorsi iniziatici, di simbologie sacrificali e catartiche, di temporalità cicliche legate alla fertilità della terra, di narrazioni epiche come rito e come tessitura che mantenevano coesa e trasmettevano attraverso le generazioni una memoria, una Mnemosyne, millenaria – giunge attraverso un velo di lontananza e di perdita, schermato e filtrato dalle penombre di un tramonto imminente.
Il laboratorio della sua poesia è forse nel suo lavoro di critico, affidato fra l’altro alla densa monografia sulle Formes hermétiques dans la poésie française contemporaine (L’Harmattan, Paris 2013). La quale reca come epigrafe, emblematicamente, uno di quegli splendidi proverbi africani che hanno la densità e l’oscurità quasi orfica di arcaiche ghnómai: «Il dicitore di proverbi morì per il proverbio che non poté interpretare».
Vi è dunque una densità oracolare, una enigmaticità profetica che accomuna la millenaria sapienza africana, affidata per larga parte al vivido ma precario tramite dell’oralità, alle forme più audaci, dense ed ellittiche della poesia novecentesca.
E il lettore potrà ritrovare anche nella produzione creativa di Massoumou molti di quegli stessi tratti che egli ravvisa nella poesia del secondo Novecento, fra Char e Bonnefoy (ma con vari antecedenti, da Scève a Mallarmé): la densissima essenzialità espressiva, la ricerca di una parola pura, la sfida all’ineffabile, all’indicibile, fino alla condizione di una parola che si immerge e naufraga nell’enigmatico bianco della pagina (un bianco-silenzio che sarà lo sguardo del lettore a potere e dovere popolare di un brulichio e di uno scintillio di sensi possibili); la destabilizzazione delle strutture consolidate, dei nessi coerenti e delle continuità logiche, fino all’«orchestrazione dell’impertinenza», all’armonizzazione dell’incoerente e del franto, teorizzata, per il discorso poetico, dal Gruppo μ; lo smarrimento, e la conseguente ricerca, diremmo con Valéry, delle «sources du poème», della sorgente originaria e del movente primo del dire poetico, taciuti e avvolti nelle spire di un dire oracolare; la «speranza metafisica» che si protende «al di là dei segni», verso un ulteriore orizzonte di significazione (tutti elementi, questi, per inciso, che il lettore italiano potrebbe utilmente riscontrare anche nell’Ermetismo propriamente detto e storicamentee definito e determinato, quello della nostra lirica novecentesca).
Eppure, proprio perché anche europeo, questo è del pari un libro profondamente africano. La Parola, benché oscurata o contaminata dalle finzioni, dalle illusioni o dagli inganni della modernità, è ancora (come nelle cosmogonie Dogon studiate dal Griaule in un libro celebre o, con mirabile consonanza, in quelle egizie) principio cosmogonico, seme generatore, voce arcana che torna a vibrare nelle nervature e nelle membrane del Ngoma, letteralmente il tamburo rituale (e qui il nostraticista più audace, il visionario innamorato della monogenesi delle lingue può pensare, insieme, al Nomos greco, che è Legge, Norma, ma anche Modo musicale – al Nommo, divinità primordiale, «dio d’acqua», dei Dogon, come alla linea ondulata che nei geroglifici egizi denota le onde dell’acqua e segna il suono N – alla Ananke che è ankos, nodo e destino – ma anche all’egizio menit, il sonaglio di Hathor, espressione sonora e mistica dell’essenza della divinità –); e l’esistenza dell’uomo pare sospesa sul Mpemba, sulla via d’acqua che conduce al regno dei morti, come il Nilo celeste corrisponde al Nilo terrestre, e l’Acheronte diventa Lete, il castigo feroce dolce dimenticanza.
Se nei poeti della négritude la fusione dell’écriture automatique e della poésie ininterrompue dei surrealisti con i ritmi e gli incantesimi della millenaria tradizione epica e sciamanica dell’Africa si traduceva in una torrenziale, inarrestabile, a tratti quasi oppressiva cascata di immagini, echi, suggestioni, analogie, evocazioni, solcata, scriveva Aimé Césaire, dalla «gerce lucide des déraisons» – in Massoumou questa vena di matrice arcaica, archetipica è invece passata attraverso i «bianchi», i silenzi meditativi o interrogativi, le sospensioni e le pause della poesia europea di matrice in senso lato ermetica, e si è dunque cristallizzata in parole dense e scolpite.
La «lentezza», parola e concetto chiave, attraversa tutta la raccolta.
Essa è, da un lato, il tempo arcaico e ciclico del mito e del rito, dissolti dalla modernità frenetica e divorante – e qui si potrrebbe citare ancora Césaire, la sua négritude come condizione assoluta, astorica, quasi metafisica, iperurania: «nègre depuis le fond du ciel immémorial» –, immagine mobile dell’eterrnità, fluire temporale che trapassa nell’oltretempo; lentezza, questa, che forse imprime anche al discorso della poesia il suo ritmo tagliente eppure composto, geometrico eppure mistico, ancestrale e a suo modo classico, quasi ieratico, come le forme di una maschera africana (era del resto Senghor a parlare di un ritmo poetico che è, «sous sa variété, monotonie, qui traduit le mouvement substantiel des Forces cosmiques de l’Eternel»); dall’altro lato, tale lentezza può essere la modernità stessa, il progresso stesso, tentatori, illusori, con il loro moto, la loro inesauribile e nevrotica spinta in avanti che in realtà cancella l’antico proiettando verso il vuoto, e azzera il tempo per dischiudere non l’eterno ma il niente, non la trascendenza ma la nullificazione, il conflitto, l’oppressione, la Tecnica alienante.
La tragedia della colonizzazione, e poi della sanguinosa guerra civile congolese che per larga parte è conseguenza delle arbitrarie suddivisioni territoriali da essa imposte, è evocata indirettamente, remotamente, quasi con una sorta di doloroso pudore, eppure, proprio per questo, in modo ancor più acuto e potente (i carnai innominati ed innumeri sepolti alle soglie del villaggio abbadonato, simbolo fulmineo, quasi come i camini, i forni, le ceneri di Celan e di Nelly Sachs, dell’apocalisse).
Come molti scrittori post-coloniali (esempio emblematico Walcott), il poeta è diviso fra l’eredità africana e la lingua in cui scrive, datagli dai dominatori («How choose / Between this Africa and the English tongue I love?», si chiede Walcott).
Ma proprio questa sua condizione, questa sua duplicità alimentano la sua scrittura per frammenti. «Mes fragments acquièrent la nationalité / du lecteur et passent les frontières des pays, / comme s’ils traversaient le temps dans tous ses états».
È rivissuta, qui, se vogliamo, dall’angolatura post-coloniale, la condizione del poeta moderno, o postmoderno, i cui versi, dice Valéry, «hanno il senso che loro si dà». O, forse, la condizione perpetua della poesia senza luogo e senza tempo (una poesia che crea, con il fluire e il disporsi delle parole, una propria temporalità e una propria spazialità, le quali trascendono quelle ordinarie), che ci si fa incontro per essere riattraversata e interpretata.

Matteo Veronesi