Theo Dorgan, Nove lucenti corpi celesti

 

Dire che in queste poesie ci sono una barca e una moglie amata è banale. Sì, ci sono. E allora? Ci sentiremo intelligenti e sensibili, se diciamo che le cavità e le accoglienze sono femminili, e che il mare è primordiale come il liquido nel ventre di una madre. Tutto questo è vero, al punto che segnalarlo è inutile. Il lettore è già abbastanza furbo di suo. E forse è anche un lettore di Sándor Ferenczi, di suo. E allora? Questa sarebbe solo psicologia della cultura, o cultura generale. E – a proposito di cultura generale – è meglio non vedere nella poesia una parafrasi della cultura che abbiamo già: questa è pura masturbazione e non è per noi.

Dire che in queste poesie si viaggia molto è un’altra banalità intelligente. Certo, si viaggia molto. E allora? Anche Luzi, Paz e Sanguineti hanno scritto poesie di viaggio. E nemmeno il viaggio è la cosa più importante: cambiare aria non cambia l’anima, ed essere un po’ avventuriero non è una prerogativa del solo Dorgan. Questa è solo biografia, e neanche la biografia ha molta importanza.

In pratica, qui sarebbe tutto facile e non vogliamo che lo sia. Non ci accontentiamo dell’argomento apparente. Siamo lettori feroci, ma non siamo cattivi lettori. La barca, la donna, il mare, il viaggio sono
fatti ovvi e visibili. È chiaro: sono la vita di un vivo e sono dati di fatto. Ma un dato troppo visibile è solo un argomento da riassunto scolastico. E qui siamo nella poesia seria, che non è roba scolastica. A scuola si fanno solo parafrasi. E la parafrasi è autoerotismo, in realtà.

Noi vogliamo sapere perché una cosa è quello che è. Come sia fatta, lo vediamo già.

Massimo Sannelli continua QUI

 

La poesia d’amore di solito mi annoia a morte, perché il più delle volte pretende di parlare d’amore senza neppure vagamente adombrare il più concreto degli stati del nostro essere, senza consentirci di vederlo, di dargli un nome e un volto – quel nome, quel volto – di toccarne nell’aria il sentimento. Molta poesia di mestiere l’amore lo confonde con la fragilità del desiderio, con una vaga idea fatta di distanza, d’assente presenza di creature impalpabili, più o meno immaginarie, nell’epigonale omaggio a una sorta di trito petrarchismo post-moderno. Nove lucenti corpi celesti colpisce perché invece l’amore lo dice, lo dipinge, lo tocca e ce lo fa toccare, respirare. Che si tratti dei nove corpi ormai stellari e all’apparenza distanti, o dell’astro che gli vive accanto e lo abita, il poeta ritrae i volti degli amati, ne anima nei versi i corpi, ci fa avvertire la concretezza dei gesti, la vitalità degli sguardi. E ci sembra di vedere la moglie pittrice all’opera, le mani ricamate dai colori che dalla tavolozza passano alla tela, mentre con il poeta ce ne stiamo in disparte; ci pare di sentire l’odore del tè, di udire i passi accorti degli amanti nel calore di una casa divenuta per noi di verso in verso, di silenzio in silenzio familiare. Ci sentiamo quasi indiscreti, eppure grati del privilegio di condividere la straordinaria normalità delle loro esistenze, fuse dal lavorio di una lunga esperienza di vita condivisa; sentiamo tutta la gravità e la meraviglia dell’amore, partecipi di un volo immobile oltre le parole, privo di egotiche pose affannose, improbabili iperboli e fumose proiezioni idealizzanti, immersi nel conforto ormai sempre più raro di una umanità reale.

Chiara De Luca

Collana Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea
THEO DORGAN
Nove lucenti corpi celesti
Traduzione di Chiara De Luca
ISBN: 978-88-96263-35-1
pp. 274, € 12

What Wonders

Oh Mr. Bones I tell you it is hell,
to love, and love well, and be not desired.

But Henry, Henry, at our age love is grim,
moment by moment face to face with death,
facing eternity in the here and now,
waking in panic not to hear her breath.
We love, and lie there as the light grows dim
holding the well-loved other back from death.
What would I, waking, breathing here and now
not give, the half of what once I would get
for blood as hot as yours? You have it yet,
the pulse of life that I now half forget.
Desire? The body kindling to time’s glow?
Henry! This life we have is touch and go.

Quali prodigi

Oh Mr. Bones ti dico che è l’inferno,
amare, e amare bene, e non essere desiderato.

Ma Henry, Henry, alla nostra età l’amore è fosco,
istante dopo istante faccia a faccia con la morte,
fronteggiando l’eternità nel qui e ora,
destandoti nel panico di non sentire il suo respiro.
Amiamo, e stiamo stesi là mentre la luce scema
trattenendo il beneamato altro dalla morte.
Che cosa, svegliandomi, respirando qui e ora
non darei, la metà di quel che una volta presi
per sangue caldo come il tuo? Tu l’hai ancora,
il pulsare della vita che ho già quasi scordato.
Desiderio? Il corpo che si accende alla scintilla del tempo?
Henry! Questa vita che abbiamo è toccata e fuga.

Nato a Cork nel 1953, Theo Dorgan è poeta, narratore, presentatore radiofonico e televisivo, autore di documentari, e membro di Aosdána, l’Accademia irlandese delle arti. Ha pubblicato le raccolte poetiche The Ordinary House of Love (1991), Rosa Mundi (1995), Sappho’s Daughter (1998) What this Earth Cost Us (2008) e Nine Bright Shiners (2014). Nel 2005 ha pubblicato Songs of Earth and Light, raccolta di traduzioni dallo sloveno di Barbara Korun. Tra le opere in prosa ricordiamo Sailing for Home (2004/2010), in cui racconta la sua traversata dell’Atlantico in barca a vela, Time on the Ocean (2010) e il romanzo Making Way (2013). Tra le opere da lui curate ricordiamo The Great Book of Ireland (con Gene Lambert, 1991), Irish Poetry Since Kavanagh(1995), Watching the River Flow (con Noel Duffy, 1999), The Great Book of Gaelic (con Malcolm Maclean, 2002) e The Book of Uncommon Prayer (2007). Il libretto Jason and The Golden Fleece, musicato da Howard Goodall, fu rappresentato per la prima volta alla Royal Albert Hall nel 2004. Nel 2010 Edizioni Kolibris ha pubblicato Ellenica, edizione bilingue della raccolta poetica Greek (Dedalus Press, 2010), con la traduzione di Chiara De Luca.