Silvia Belcastro, Nella città di formiche di luce

Collana Chiara – Poesia italiana contemporanea
Silvia Belcastro, Nella città di formiche di luce
Poesie e disegni di Silvia Belcastro

Prefazioni di Chiara De Luca e Massimo Sannelli
ISBN: 978-88-99274-42-9
pp. 70, € 12

In tempi di facile delirio distopico sarà utile chiarire che la città di formiche di luce esiste davvero, anche se, trovandoci in poesia, è ovviamente una visione. Quale sarà la città in cui le formiche rosse si spandono nel buio diluito dalla nebbia delle sere d’inverno, formando aloni arancioni che rimbalzano sul rosso dei mattoni? Quale sarà la città in cui formiche bianche smorzano in branco la luce lattiginosa delle albe d’estate, oppure esplodono in traiettorie di stelle filanti a ogni primavera che riviene? Chi l’abbia visitata almeno una volta la riconoscerà subito, non può essere che Ferrara. Ma non conta e non serve tenerlo a mente, perché la città delle formiche di luce è ovunque nell’altrove. È la città surreale delle nostre eterne infanzie, il territorio franco delle fiabe. Ma attenzione: le fiabe non sono sempre a lieto fine e sono popolate da tutti i nostri mostri e antagonisti. Nulla è quel che appare, né il male né talvolta il bene.

Ma chi vive e descrive la visione? Come definiamo nel mondo capovolto di quest’epoca strana una persona che abbia grazia ed eleganza innata, profondità di visione e intelligenza emotiva insieme? Una persona d’altri tempi. Una visione. È così che per qualche anno dopo un primo incontro fortuito mi è apparsa Silvia Belcastro, all’improvviso, inaspettatamente, in luoghi sempre diversi della città delle formiche di luce. Solo dopo molto tempo mi ha fatto un breve cenno alle sue poesie. Parlava sempre d’altro e d’altri, d’altri libri e voli e mondi. Per questo ho creduto valesse la pena d’insistere e sapere. Di solito i poeti non sono avari di poesia, ne hanno una pronta per ogni occasione: a cadavere ancora caldo, a strage appena avvenuta, a guerra appena scoppiata. E non parlano d’altro che di sé. A meno che non abbiano qualcosa da dire. Silvia Belcastro ha molto da raccontare. Ma non s’illudano i lettori alla morbosa ricerca del dato biografico spicciolo: Belcastro non effettua traduzioni né parafrasi di sé. Belcastro parla la lingua di chi ha giocato a lungo a carte nell’abisso coi mostri che avvelenano le fiabe, la sua voce proviene da un altrove di mistero rischiarato da minuscole luci: visioni, apparizioni, incontri, tutto è sfumato dall’atmosfera evanescente della città volante. Ma il lettore accorto saprà seguire la scia luminosa delle audaci creature, i disegni che tracciano, i simboli, le premonizioni, le sagome confuse nella nebbia e le improvvise esplosioni e rivelazioni. Saprà farli suoi, o ricomporre le formiche in una nuova visione.

Questo libro è una raccolta perché è un raccolto di piccole pietre miliari disseminate nel corso degli anni, a segnare le tappe di una storia da ritracciare e rintracciare, guidati da infinite fiammelle soffuse. Sono testi scritti in codice di luce per gli angeli e gli eroi.

Chiara De Luca

 

Leggerete il libro da soli, senza troppi aiuti: Silvia Belcastro non è un nome conosciuto, quindi non appartiene ad alcuna scuola poetica. Non potrete dire che discende da un maestro italiano o da un altro: la discendenza poetica è una discesa, cioè un atto di servilismo. In realtà Belcastro non ha alle spalle molti idoli italiani. Allora leggerete questo libro da soli: nel senso che non ci saranno punti di riferimento. Beato chi legge un esordiente nudo e crudo: nessuno lo disturba; e beato l’esordiente nudo e crudo: la sua casa editrice è costretta a lavorarci, perché bisogna inventare uno spazio.

Dopo la lettura: ecco, noterete che ci sono certe parole-chiave. Il riformatorio. Messaggio e messaggero. Il colore bianco. Il colore rosso. La carta e il libro, astratti e sacri, come nel Libro di Giovanni Pascoli. Gli animali, il leone, le carpe, i piccioni, la gazza. I luoghi astratti e maiuscoli, come la Reggia. La città, che è Ferrara. E poi molti aggettivi: si vede che la parola non basta e che deve essere qualificata, rossa, bianca, alta, bassa, bella, brutta. Chi osa, oggi, essere simbolista, e magari amare il suo buon Pascoli? Nessuno. Qualcuno, pochi. Prima Pasolini, poi Patrizia Valduga con il suo “Pascoli amato”, dichiarato. E poi? Almeno Silvia Belcastro. Nessun altro giovane, probabilmente. Io? Sì, ma non sono più giovane.

In pratica, Belcastro fa a modo suo, giustamente. Di quale appartenenza e di quale strategia si può parlare ai reduci del riformatorio? Ai reduci, dopo la guerra e il Lager – il Lager che è un caso singolare, e ognuno ha il suo – tutto sembra comodo e semplice. Ci si rifugia in simboli e sogni alternativi all’Ordine. Anche perché l’Ordine è chi ti ha gettato nel caos.