Eloisa Ticozzi, Figli segreti

Collana Chiara – Poesia italiana
Eloisa Ticozzi, Figli segreti
Prefazione di Chiara De Luca
pp. 36, € 12
ISBN: 978-88-99274-59-7

“Genero la mia metamorfosi in ombra magica / dalla solitudine”, scrive Eloisa Ticozzi in questo splendido compendio dei suoi Figli segreti, partoriti nel terreno fertile della solitudine, cullati nella terra sterminata del silenzio. Tutto in questo libro è metamorfosi incessante, trascinante, spiazzante, perché “ogni pianeta raccoglie parole / e metamorfosi di vite passate”, noi stessi siamo pianeti sperduti nell’universo dei soli, dove tra anima e corpo non c’è separazione. L’anima è corpo che sanguina e il corpo è anima che si ripara. Di pagina in pagina assistiamo alle trasformazioni di un corpo che asseconda l’avvicendarsi incessante delle stagioni dell’anima nell’abbandono, maturando nel suo buio, tutta tesa a una luce sempre nascente filtrata dall’indistinto. Ogni nascita è uno schianto di germoglio che desidera un ricongiungimento con la propria sorgente, in un vorticoso fluire che dalla materia della lingua plasma associazioni. La materia verbale è argilla primordiale, impasto di sangue e linguaggio, di umori e di pioggia. Plasmarla è ricongiungersi con la propria essenza animale, ritornare alla propria matrice nel grande ventre vegetale. “Ogni donna ritornerà feto / nella placenta dell’universo”, vivere è un continuo succedersi di morti e nuove nascite da “ogni terremoto che scuote l’anima”. La natura è feconda forza distruttrice e principio d’amore che rigenera “in una centrifuga di alberi, / di occhi e di tempo”, che e chiama ad appartenere “al cuore del mare e del vento”. Partorita da “un lampo d’energia / e d’immaginazione”, mossa dal desiderio di amare e abbracciare l’esistente, la poetessa farnetica “la bellezza di oceani umani in cui perdersi” proprio quando manca il respiro, quando “la pressione d’aria preme sul volto” al punto da accecare lo sguardo, inducendo la mente a inventare mondi, riconoscendo in ogni cosa il proprio sentire dilapidato e disperso al vento della solitudine, nel desiderio di “crescere con la stessa spontaneità di radici d’alberi / che non fingono bellezza”. Con “frenesia di colomba”, “occhi di lupa”, “dita di montagne / di valli e di solchi e di mare”, e un corpo “di seduzione selvatica”, Eloisa pronuncia il mondo con “gemito di farfalla”, da un vortice di “sangue animale”, cui abbandonarsi per appartenere alla stessa fonte da cui è scaturita, per ritornare all’origine di sé e ripartorirsi. Di verso in verso, il suo mondo si definisce e rischiara, illuminato da molteplici soli, riflesso da molteplici lune, cangiante, mutevole, contraddittorio nel suo incessante divenire, fino a una brevissima illusione di stasi, per dormire “nel caldo pensiero di un felino / e nella saggezza misurata di un ghepardo”. Ai terremoti, alle frane, agli smottamenti, ai crolli che si succedono nell’universo interiore corrispondono le continue mutazioni dell’universo empirico, in un reciproco rispecchiamento. Anche gli alberi “succhiano minerali d’amore / dalla terra”. Nei loro rami scorre il nostro stesso sangue vivo. La pioggia si fa goccia di seme a fecondare il corpo che cerca “spazi nel fango, nel basso / fra formiche della terra sporca”, per diventare una sola forma che tutte le comprenda, unendo il principio maschile e il femminile in una creatura che piange “di quel dolore / misto di vita e di morte, / di psiche e di corpo” e ama di un amore alto, indifferenziato e totale. (Chiara De Luca)

La notte definisce i contorni
del mio corpo e la mia voce diventa
gemito di farfalla

appartengo alla stessa dinastia di soli
e di lune dell’universo,
appartengo allo stesso vortice
di sangue d’animale.

Sento occhi e bocca pulsarmi nelle mani
dove c’era il silenzio

ogni goccia delle vene
mi sussurra una creazione di terra pura.

Nella notte, le gambe crescono con sincerità
di una preda inseguita

e l’inconscio preme sul cuore
prima come randagio, poi come domestico consigliere
per vanificare la ragione del mattino.