João Luís Barreto Guimarães, Nomade

Collana Beija-flor – Poesia portoghese contemporanea
João Luís Barreto Guimarães, Nomade
Traduzione di Chiara De Luca
Prefazione di Michele Nigro
ISBN: 978-88-99274-61-0
Pp. 118, € 12

C’è un senso di profondità e di speranza nel delegare al tempo ciò che la poesia ha ancora in serbo per noi pazienti. “… La poesia va senza paura / (si dispone sulla carta) / lascia scritto in nero ciò / che aveva da dire / (ambendo senza pigrizia a ciò che / ancora non c’è)…” (Preludio). Si ha fiducia nella poesia, senza forzarla a dire tutto e subito, perché “… con l’inchiostro sprecato potrei aver conservato / parole straordinarie…” (Dita macchiate d’inchiostro).

Per soddisfare queste attese c’è bisogno della pazienza del nomade: le lunghe pause pretese dal viaggio, le immense distanze che non possono essere coperte se non percorrendole con il solo sguardo umano, fin dove può, aspettando il momento adatto per fissare l’essenza dell’arrivo, e nel frattempo farsi immortalare per caso Nelle fotografie di altri; il tempo va ignorato (perché è inutile dare importanza allo scorrere del tempo: “Solo l’amore ferma il tempo”, (Nomadi); e infatti: “Ciò che chiudi in una stretta quando / abbracci qualcuno non è / un corpo: è tempo.”, (Meccanica di un abbraccio) anche se alla fine si vendica, mostrandoci in un colpo solo tutti i segni del suo inesorabile passaggio: “… Il tempo è implacabile: incide / queste rughe nella pelle solo / per punirmi…” (La crescita del tempo).

C’è abbondanza di versi tra parentesi nella poesia di Barreto Guimarães: voci aggiuntive, cori per una polifonia dell’animo umano, controcanti, forse embrioni di eteronimi pessoani, come strumenti musicali che accompagnano, con abbellimenti informativi e paralleli, la partitura principale. “… Dentro la poesia: / suoni / (intorno: spazio bianco) / silenzio all’opera.” (Mele selvatiche). Come se un poeta minore coabitasse con il Poeta, quello vero, e lo aiutasse a dire di più, a spiegare, a slacciarsi per aprirsi al mondo, a volte coadiuvando il discorso, altre volte quasi contraddicendolo in un dire che va per la sua strada. Ma è un’antitesi che aiuta e non scredita.

Il poeta s’interroga spesso sul non ancora detto, su quella parte di poesia che non si è ancora espressa, e che forse mai si manifesterà non per mancanza di volontà, ma più semplicemente per carenza di occasioni, perché la vita potrebbe decidere di “stuzzicare” altri centri della versificazione; perché la poesia non può essere progettata in laboratorio ma appare, scompare, a volte riappare altrove in base a logiche misteriose, a economie dell’anima che fortunatamente non possiamo controllare: “… il / postino stesso ignora che sorta di / futuro porti. Anche con una penna vuota si / possono incidere / parole altisonanti…” (Dita macchiate d’inchiostro).

Dalla prefazione di Michele Nigro

A título de exemplo

Nada contra os que partiram eu
fui alguém que ficou. Apontaram-me o dedo
(dei o meu corpo à mira)
vieram pelo meu posto
esvaziei-lhes o lugar. Nada contra
quem calou
eu fui um dos que falaram —
ataram-me os pés com corda
(com as pontas fiz um laço)
destinaram-me a um canto
redecorei-o de flores. Nada contra
os que quebraram
fui alguém que resistiu —
quando me julgarem morto
vou-lhes tomar o país.

A titolo d’esempio

Niente contro quelli partiti io
sono uno che è rimasto. Mi puntarono il dito
(offrii il mio corpo alla mira)
vennero verso il mio posto
glielo cedetti. Niente contro
chi ha taciuto
sono tra quelli che hanno parlato —
mi legarono i piedi con la corda
(ne strinsi i capi in un nodo)
mi destinarono a un angolo
lo ridipinsi di fiori. Nulla contro
quelli che hanno ceduto
sono uno che ha resistito —
quando mi crederanno morto
gli porterò via il paese.