Omer Massem, Matière de lenteur/Materia di lentezza

Collana Averla – Poesia africana
Omer Massem
Matière de lenteur/Materia di lentezza
Traduzione e saggio introduttivo di Matteo Veronesi
Prefazione di Massimo Sannelli
ISBN: 978-88-99274-65-8
Pp 328, € 15

Pour nous, le temps de l’exotisme est définitivement passé. Nous ne pouvons plus aborder un poète africain avec un simple désir d’évasion, de régression à un état sauvage et ancestral, en espérant de trouver une expression de forces pré-rationnelles, immaculées, originaires, à mettre en opposition à notre lassitude sophistiquée de citoyens du vieux monde; ni voir, comme Sartre dans la préface de Orphée noir, ou comme Pasolini («Et maintenant… ah, le désert assourdi / par le vent, le beau et impur soleil / de l’Afrique qui illumine le monde. // Afrique! Ma seule / alternative»), dans la civilisation africaine une force révolutionnaire malléable et influençable, un potentiel explosif de renouvellement.

Un poète comme Massem (comme, d’ailleurs, les poètes de la négritude, Césaire et Senghor) revit le patrimoine africain à travers la connaissance approfondie et pleinement consciente de la culture littéraire européenne.

Pour lui, comme pour nous, l’héritage ancestral de la culture africaine – patrimoine constitué d’oralité, de rituel, de parcours initiatiques, de symbolisme sacrificiel et cathartique, de temporalités cycliques liées à la fertilité de la terre, de récits épiques comme rituel et texture qui maintenaient cohérente et transmettaient à travers les générations une mémoire, une Mnémosyne, millénaire – arrive à travers un voile de séparation et de perte, projeté et filtré par les ombres d’un crépuscule imminent.

De l’introduction de Matteo Veronesi

 

 

 

Per noi, il tempo dell’esotismo è definitivamente tramontato. Noi non possiamo più accostarci ad un poeta africano per mero desiderio d’evasione, di regressione ad una sfera ancestrale e selvaggia, con l’attesa di trovarvi un’espressione di forze prerazionali, vergini, originarie, da contrapporre alla nostra sofisticata stanchezza di cittadini del vecchio mondo; e nemmeno, come il Sartre della prefazione ad Orphée noir, o come certo Pasolini («E ora…ah, il deserto assordato / dal vento, lo stupendo e immondo / sole dell’Africa che illumina il mondo. // Africa! Unica mia / alternativa»), vedere nella civiltà africana una malleabile ed orientabile forza rivoluzionaria, un dinamitardo potenziale di rinnovamento.

Un poeta come Massem (non diversamente, del resto, dai poeti della négritude, dai Césaire e dai Senghor) rivive l’eredità africana attraverso la mediazione di un’approfondita e pienamente consapevole conoscenza della civiltà letteraria europea.

Per lui, come per noi, il patrimonio ancestrale della cultura africana – patrimonio di oralità, di rituali, di percorsi iniziatici, di simbologie sacrificali e catartiche, di temporalità cicliche legate alla fertilità della terra, di narrazioni epiche come rito e come tessitura che mantenevano coesa e trasmettevano attraverso le generazioni una memoria, una Mnemosýne , millenaria – giunge attraverso un velo di lontananza e di perdita, schermato e filtrato dalle penombre di un tramonto imminente.

Dall’introduzione di Matteo Veronesi

 

 

 

Avremmo dovuto capire le dimensioni dell’Africa. Ora le sappiamo: l’Africa è più grande dell’Europa, della Cina e dell’India messe insieme. Sì, ma un europeo dice Africa e basta: un continente senza nazioni. E un intero continente può essere l’“unica alternativa” di Pasolini? Nel 1961, sì: ad un intellettuale europeo bastava la parola, e la parola agiva come un mondo, al posto del mondo vero. Oggi no. Anzi: bisogna evitare il più possibile l’approssimazione, anche nella lirica.

Per un intellettuale africano non è mai stato così. Se un uomo di Brazzaville dice Europa, ha già un occhio preciso sulla Francia: lei è l’ex colonialista, e lui penserà a se stesso come all’ex colonizzato. Naturalmente penserà in perfetto francese. E – se  vuole scrivere – scriverà in francese, anche se Brazzaville è a 6.000 chilometri da Parigi.

Immaginiamo che l’uomo di Brazzaville sia un intellettuale. Oggi, per lui, l’“unica alternativa” è darsi una residenza, ma non nel senso lirico e generico di Pasolini. Deve decidere se inserirsi in Occidente – dove sarà assorbito, come una nuova risorsa, tra i molti – o restare in patria, tra i pochi. E così l’unica alternativa al molto dolore è darsi un posto: dove andare e come scrivere. In Europa? Ma “Portogallo e Francia hanno / grattato via a forza di metallo / le tradizioni degli antenati”.

Dalla prefazione di Massimo Sannelli

L’âme de ce pays est d’accès difficile
on la rencontre chez les bonnes personnes
en avançant lentement dans ces hauteurs sans fin,
ma main est orientée par une voix qui n’hésite pas
on se retrouve dans les bras de l’autre
dans le périmètre allumé
où nous regardons la matière de lenteur
et là, impossible de se dépêcher.

Il faut écouter sereinement le silence de la lenteur,
qui, dans l’effarement de la rencontre, révèle
l’histoire des hommes d’ici.
On accède ainsi à l’âme des villages anciens,
massangui, mais aussi moualou, kitomissa,
où des clans se sont éparpillés pour les unions futures.
Ceux qui aiment finissent par arriver
dans ces terres de dénuement
où la modernité n’a pas pris racine

L’anima di questo paese ha un accesso difficile
la si incontra nella brava gente
avanzando lentamente in quelle altezze senza fine,
la mia mano è guidata da una voce che non esita
ci si ritrova fra le braccia dell’altro
nel perimetro acceso
dove guardiamo la materia di lentezza
e non è più possibile affrettarsi.

Si deve ascoltare serenamente il silenzio della lentezza,
che, nello sgomento dell’incontro, rivela
la storia degli uomini di qui.
Così si entra nell’anima degli antichi villaggi,
massangui, ma anche moualou, kitomissa,
dove i clan si sono dispersi per le unioni future.
Alla fine quelli che amano arrivano
in queste terre di denudazione
dove la modernità non ha messo radici