Chiara De Luca, Alfabeto dell’invisibile

Collana Chiara – Poesia italiana contemporanea
Chiara De Luca, Alfabeto dell’invisibile
Prefazione di Gabriella Sica
ISBN: 978-88-99274-90-0
pp. 148, € 15

E se tu Chiara fossi un pittore, come pure in parte sei perché con le tue lettere davvero dipingi una Ferrara di strade e di spigoli e rinomini tante vie con le loro fughe come per rassicurarti del tuo ritorno, se fossi dunque tu un pittore rappresenteresti il paesaggio di una città che è la tua città (nei primi quadri del tuo libro) e il paesaggio del mare (nei quadri marini a fine libro) che non bagna Ferrara ma è poco più in là, è appunto un’apertura, una possibilità, una visione ulteriore. Perché la tua Ferrara non può non ricordare la città-prigione di Tasso o le piazze vuote di De Chirico o il giardino sparito di Bassani. I volti, cui pure dedichi la sezione centrale, sono opachi, ombre acquattate nell’invisibile del tuo presente, fantasmi che popolano la tua mente da cui balzano le figure diafane e pungenti di Chiara bambina che spia la madre silenziosamente seduta in cucina dopo la fatica della cena, un’occasione per sperimentare la meravigliosa affinità con l’infanzia che ogni poeta non può non sentire.

La pioggia salita dalla terra poi cade circolarmente, la nebbia che avvolge le case e le vie di Ferrara, il vento e le nuvole che trascorrono sulle cose sono nel tuo alfabeto le forme di pietà che ricadono sugli uomini e sulle donne, quelli che hanno visto molto e molto hanno pianto.

Dalla prefazione di Gabriella Sica

Nido

Tu che hai sempre avuto il cielo
della tua città natale a raccontarti
se solo alzavi gli occhi per guardarti
ti chiedi perché ho smesso di viaggiare

– oppure di collezionare case e strade,
piazze, assenze, stanze e conoscenze,
il futuro bianco di non avere un forse
questo è il posto giusto per planare –

ti sembra forse sia rinuncia al volo
stringermi attorno le ali per restare,
se è vero che mi mancano le storie

raccolte sul muretto alla stazione,
ogni posto che ho forse nominato
mio quando invece era sgusciato

fuori dall’oblò del finestrino
mentre il regionale proseguiva
incerto la corsa verso la deriva,

perfino quelle notti sui binari
contando e ricontando i passi per tenermi
dall’impietrire solitaria nella neve…

Eppure anche gli uccelli migratori
se volano è per fame o per cercare
un nido sconosciuto cui tornare:

qui oggi ho portato la paglia dei miei giorni
il fango delle fughe, le foglie degli affanni,

uno dopo l’altro i ramoscelli dei ricordi,
e piume rapprese dall’acqua degli sguardi.