Melita Richter, Alcune ragioni minime

MELITA RICHTER, Alcune ragioni minime
Prefazione di MASSIMO SANNELLI
Con una nota di GABRIELLA MUSETTI

ISBN: 978-88-99274-44-3
pp. 84, € 12

Quanto amate l’Europa? Se l’amate è meglio, perché quando leggerete Melita Richter troverete tanta Europa. Troverete la Mitteleuropa, dove “di venerdì ci toccava il piatto di tagliatelle con semi di papavero / uno strazio vero per ogni bambino mitteleuropeo”. Troverete tre nomi diversi del caffè, etnia per etnia. E troverete anche altri luoghi, ma sempre a partire da questa base.

Chiunque può notare che Richter parla molto di Europa, e di Mitteleuropa.

Chiunque la può vedere nella sua Babele – lingue e luoghi –, da Trieste all’infinito. Va bene.

Chi legge Richter e dice Europa o sradicamento, o dice Babele, sarà preciso e banale. Ma il fatto è che la poesia non è un manifesto: altrimenti uno scriverebbe manifesti, no? Invece niente manifesti, ma complicazioni; quel minimo di sinestesia e di polisemia in rime e ritmi che è la poesia, di solito. Un mondo dove stigma rima con enigma non si adatta ai manifesti alla buona.

Questa è poesia civile? Diciamo di sì, ma non nel senso dell’ideologia o nella volontà di guidare i lettori. Questa è poesia di una civiltà. E quindi è la poesia di una civiltà messa alla prova, scritta in un italiano messo alla prova di un po’ di plurilinguismo, ma pur sempre italiano, cioè la lingua di un Paese sfibrato.

Richter è civile all’interno di una civiltà in cui si riconosce, diciamo. E allora la civiltà e la persona si identificano, come in Due maggio duemiladue, in morte di un “poeta-patria”. Proprio così: un poeta può essere padre, come lo è Virgilio “dolcissimo patre” nel canto XXX del Purgatorio; oppure maestro, come Carducci per Pascoli. Niente di nuovo, ma qui c’è un poeta-patria. E questo è nuovo.

Uno legge e capisce che non è questione di politica, ma di natura e cultura, che di per sé sono belle astrazioni. Ma il fatto è che per qualcuno tutto questo diventa biografia e prassi: “non ha mai fatto a gomitate per entrare nel nuovo millennio / perché nel secolo passato aveva già vissuto tutto”.

Così siamo in un campo molto più sottile e molto più doloroso del vecchio e nuovo padroni-a-casa-nostra. Più della casa, contano gli abitanti, è chiaro. E gli abitanti parlano in un certo modo: il modo è parte del mondo.

Il mondo di oggi è più caotico che complesso, nelle sue azioni. Nei suoi oggetti è semplificato al massimo. Ecco una tazza, qui, in poesia. Non è degli antenati, è dell’IKEA. E così gli altri oggetti. Sembra una cosa da niente, e invece è fondamentale. Chi vuole, leggerà la lettera luterana di Pasolini del 24 aprile 1975, e capirà che anche una tazza come questa – o una tazza antica – implica una questione di civiltà. Da un lato c’è la tazza di massa, dall’altro le buone “tazzine di caffè dall’orlo dorato” di cui parla Richter in un’altra poesia, oppure le “tazzine color giallo uovo chiaro, con delle macchie a rilievo bianche… Legate all’universo della Bauhaus e dei bunker… La loro misteriosa qualità era quella dell’artigianato”, nel 1975. Il cambio del mondo è anche un fenomeno di produzione, uso, consumo, localizzazione e delocalizzazione: tutto questo riguarda sia i viventi sia le merci, è chiaro. E tra i viventi soprattutto quelli di alcune aree infuocate della Terra.

Etichetta significa anche modo di comportarsi: una buona maniera di vivere. Questa etichetta si vede, qui. Parte dell’etichetta è offrire una certa attenzione severa a tutto: forme, lingue, materiali, individui. Voi non vi stupirete se un poeta parla di marchi e oggetti semplici, e dice IKEA o Bauhaus. Gli oggetti sono parte dell’identità: che può essere integra – o disperata, ma consapevole – o disintegrata, e anche inconsapevole. Il caso di Richter è il primo: un’identità che sa dove si è messa. Dove? Dove tutto si capisce, ma niente è facile.

 

Massimo Sannelli

 

 

Due maggio duemiladue

 

a Izet Sarajlić

 

Oggi è morto il poeta.
Me l’hanno detto a bruciapelo
senza avvisi di pietà
cogliendomi in una Amburgo nordica
città umida e vischiosa.

Correva il giorno due di maggio dell’anno duemila e due
la primavera non aveva ancora schiuso le ghirlande di lillà
io, occhi di bue
sentii le spille di ghiaccio nell’anima
e nella falla del petto un tuono sommerso
Il poeta è morto
Il maestro se n’è andato
Colui che serbava raccolto nel suo nome il nome della città adorata
Sarajlić di Sarajevo
un connubio d’intesa davvero unico
Izet si è spento.
Dove poteva andarsene lui che più di ogni altro luogo amava la sua città
e non la lasciava neppure quando il barbaro
il non-uomo
la cinse con terrore, con fame, con nefandezza
quando scarnì per sempre la sua bellezza?
Il poeta di nazionalità sarajlija-sarajevese, dove sarà diretto? Quale via prese?
Non ha mai fatto a gomitate per entrare nel nuovo millennio
perché nel secolo passato aveva già vissuto tutto;
tutto il bene e tutto il male dell’Universo
tutto ha avuto e tutto perso
l’amore più grande della sua vita, la Poesia, il serto,
la guerra, l’assedio, la morte dei suoi cari. Un lutto a cui non vi è pari.
Ha perso la casa, le strade, gli amici, ha perso le betulle, gli uccelli,
ha perso il suo popolo ritto
l’ha smarrito.
E poi, a dir vero, l’ha ritrovato. Taluni all’estero, altri in cimitero.
Il commiato da ognuno di loro fu in parte anche il suo avviarsi.
Artefice del più struggente libro dei libri degli addii*,
invidiava a Tolstoj che poteva raggiungere la morte da qualche parte ad Astapovo,
dopo aver intuito che il Progetto in cui credeva era svanito e nulla si era realizzato.
Allora Izet, quercia abbattuta, si contorceva
E noi, dove possiamo andare?
Non c’è in tutto paese una qualche Astapovo, né una morte
nella quale potersi rifugiare
da questa follia.

È morto l’uomo che ha vissuto in balia di speranza
di sogni
di Utopia.
È morto il poeta-patria
mia.

 

Amburgo, maggio 2002

 

* Izet Sarajlić, Il libro degli adii, Edizione Magma, Laboratorio mediterraneo, Napoli 1996.