Michele Gangale, Attraversamenti

COLLANA CHIARA– POESIA ITALIANA CONTEMPORANEA
MICHELE GANGALE, Attraversamenti
Prefazione di STEFANO SERRI
Con una nota di CHIARA DE LUCA
ISBN 978-88-99274-52-8
pp. 100, € 12,00

Abbandonare, ma senza tradire: la poesia di Attraversamenti si fonda su un paese lasciato, ma non dimenticato, un piccolo paese calabrese, un “paese presepe” dove si parla arbyresh, la lingua della popolazione albanese qui insediata da secoli. Parte da lì Michele Gangale, per approdare poi al carso triestino. Da un nido di migrazioni, che ha maturato nel tempo una sua poesia, pur se appartata, nutrita di rapsodie e tradizione orale, Gangale approda a un intrico di confini, con una letteratura ricca e consapevole, con autori come Tomizza, Andrić, Kosovel. Il poeta sembra trovarsi in buona compagnia con questi traghettatori di culture, tra terre sempre lontane anche quando raggiunte, e città dove, anche se si è arrivati da tempo, non si è poi sicuri di viverci davvero dentro. Da Mostar alle favelas, dalla Calabria al nord-est italiano, l’autore delinea «con la sobrietà e il pudore propri dei narratori popolari del passato» molte traiettorie, concentrato sui percorsi degli altri più che sul proprio, raccontandoci di averli intercettati piuttosto che di averli lui intrecciati; parco nell’esporsi, ma carico della forza d’attesa di chi, il mondo, lo vive se lo attraversa.

Dalla prefazione di Stefano Serri

 

 

La poesia riscopre il dolore antico legato allo spaesamento, alle partenze, in tempi e contesti diversi, dalla Calabria del passato, dal paese calabrese arbyresh di origine alle città e ai territori di confine del Nordest dove l’autore vive, alle terre lontane visitate o legate all’immaginario.

Spinte profonde, talvolta misteriose, muovono chi attraversa. Esse si manifestano nei percorsi dei migranti di ieri e di oggi, nei percorsi dei camminatori, nelle esistenze che conoscono il disagio e la povertà e che vivono nell’immaginario la partenza e la fuga.

Trovano rilievo nella raccolta alcuni mutamenti sociali di grande portata che caratterizzano la società e le città italiane a partire dagli anni Ottanta del Novecento, quando approdano nel nostro paese migranti, arrivano profughi scampati alle guerre. Si rinnova così una storia antica legata all’esperienza migratoria. I migranti e i profughi nella loro nuda vita esprimono bisogno di riconoscimento, bisogno di ricominciare, ove mai ciò sia possibile.

In tale contesto nuovo, i miti e le suggestioni legati alle memorie familiari e sociali, agli scenari paesani e alla cultura antropologica del profondo sud ricompaiono e incrociano la sofferenza antica legata ai passaggi, alla fatica a trovare una casa e di ricomporre la vita.

Uno sguardo poetico mosso, una poesia che compone per brevi illuminazioni e scorci, e che sosta sulle cose con quella sobrietà e quel pudore che era proprio dei narratori popolari del passato quando richiamavano eventi problematici e densi di interrogativi, quali il passaggio, la partenza, la finitudine.

M.G.

La poesia disegna una casa spartana, una casa semplice e di fortuna, da cui si diramano tracce di sentiero e intorno a cui muovono passi che esprimono attese e custodiscono speranze. L’autore sembra scomparire dietro le quinte. Si racconta attraverso gli sguardi, i gesti, le parole dell’altro. L’io coincide con gli infiniti tu che lo compongono. I destinatari o dedicatari di queste poesie sono parte di un noi sparpagliato e disperso, che nella parola poetica si fa voce corale. Non c’è in questo libro assolo che prevale. Tutte le voci del coro hanno la stessa dignità e la stessa altezza.Sono le voci di persone che impariamo a chiamare per nome, a una a una. Ne tocchiamo con mano le debolezze e il coraggio.

Chiara De Luca

Nel borgo antico

Sulle porte chiuse il vento batteva,
entrava nelle case dei poveri,
la lumera spegneva.
La sera giungeva anzitempo
e nuvole ferme portavano il silenzio.
La chitarra abbandonata in un angolo,
il mastro aveva chiuso la bottega;
non risuonavano più,
per i vicoli del borgo antico,
le parole dell’amore e del destino.
La Bella Morea era un sogno sfuggito,
e la cena
era un tozzo di pane e due olive.

(2012)

Te katundi i vietyr

Te dderat ty mbihtura era frix,
hix te shpivet e shkretavet,
linarin shuex.
Mroma rox mo par se hera
e reat, pa tundur te kjali,
kjetezhin biejin.
Ningk gjegjejin mo,
te udhat ty ngkushta e katundit,
fiallat ty tombula e dashuries, e shortes.
E Bukura More ish si njy ondr i shuar,
e ty haje, te triezha,
vetem njy zzop buk me ddi ghinj.

(2012)

Traduzione in arbyresh di M. Gangale.
La grafia adoperata è quella elaborata dall’albanologo Giuseppe T. Gangale.

In the Old Part of Town

On closed doors the wind was beating
entering the houses of the poor,
the lamp was switching off.
Evening was getting ahead of time
and motionless clouds were carrying silence.
The guitar left in a corner,
the master had closed the store;
they weren’t playing any more,
down the alleys in the old part of town,
the words of love and fate.
Bella Morea was a dream that had fled.
and dinner
was a chunk of bread and two olives.

(2012)

Translated by Gray Sutherland

More poems here

V stari vasi

Veter je udarjal skozi zaprta vrata,
vstopil je v hiše revnih
in ugasnil je luč.
Večer je nastopil že prej,
in nepremični oblaki so prinesli tišino.
Zapuščena kitara je bila v kotu,
obrtnik je zaprl delavnico.
Po majhnih ulicah stare vasi,
ljubezenske in usodne pesmi
niso odmevale več.
Lepa Morea je bila kot pozabljene sanje,
in za večerjo je bilo
samo košček kruha in malo oliv.

(2012)

Traduzione in sloveno di M. Gangale e T. Lazar.

Dans le village antique

Sur les portes fermées le vent battait,
entrait dans les maisons des pauvres,
il en éteignait la lumière.
Le soir arrivait plus tôt
et les nuages immobiles portaient le silence.
La guitare abandonnée dans un coin,
le maître avait fermé son atelier;
dans les ruelles du village antique,
les mots de l’amour et du destin
ne résonnaient plus.
La Belle Morée était un rêve échappé,
et le dîner
c’était un morceau de pain et deux olives.

(2012)

Im alten Dorf

An die geschlossenen Türen klopfte der Wind,
er ging in die Häuser der armen Leuten,
löschte die Licht aus.
Der Abend kam früh,
und stille Wolken brachten das Schweigen.
Die Gitarre liegte in einer Ecke verlassen,
der Meister hatte seine Werkstatt geschlossen;
durch die Gassen des alten Dorfes
erklingten die Wörter der Liebe und
des Schicksals nicht mehr,
Die Bella Morea war ein entkommener Traum,
und das Abendessen
war ein Stück Brote und zwei Oliven.

(2012)

En el burgo antiguo

El viento golpeaba las puertas cerradas,
entraba en las casas de los pobres,
apagaba la lámpara.
La tarde llegaba temprano
y nubes paradas llevaban el silencio.
La guitarra abandonada en un rincón,
el maestro había cerrado el taller;
ya no resonaban
por los callejones del burgo antiguo,
las palabras del amor y de la suerte.
La Bella Morea era un sueño escapado,
y la cena
era un pedazo de pan y dos aceitunas.

(2012)

Otros poemas aquí

Na aldeia antiga

O vento batia nas portas fechadas,
entrava nas casas dos pobres,
apagava a luz.
A noite chegava adiantada
e nuvens paradas traziam o silêncio.
A guitarra abandonada num canto,
o mestre tinha fechado a loja;
ja não ressoavam
nas ruelas da aldeia antiga
as palavras do amor e do destino.
A Bella Morea era um sonho escapado
e o jantar
era um pedaço de pão e duas azeitonas.

(2012)