Francesco Benozzo, intervista a Radio Rai 2

Francesco Benozzo intervistato da “Radio Rai 2” (8 luglio 2019)

«No, non credo nell’idea che un poeta sia costretto a scegliere, non nel modo in cui il branco si aspetta che egli lo faccia. Credo piuttosto che soprattutto oggi molti scrittori amino far vedere che si schierano  e ci tengano a mostrare che sono impegnati a indicare una via, perché sanno di essere osservati – non direi esattamente ”seguiti” – da una cinquantina di followers e perché, visti  i problemi su scala  globale del contemporaneo e vista l’incertezza drammatica relativa a un futuro possibile, entrano in una dialettica alla quale, finiti volontariamente nella ragnatela dei social, diventa per loro impossibile sottrarsi. A me pare che, fatalmente, in questo modo essi diventino gli inconsapevoli protagonisti di una forma di dissenso che è in realtà un aspetto necessario alla sopravvivenza della macchina di manipolazione del consenso.

Io detesto per natura gli intellettuali militanti. Nei terribili anni ‘40, per quanto posso capirci, parlandone così in astratto ma senza sapere in realtà di cosa sto parlando, per rispondere a questa vostra domanda così diretta, so che non sarei stato fascista, ma credo che non sarei stato nemmeno partigiano. Vista la mia indole, che è quella di sottrarmi – qualcuno ha detto, parafrasando un’altra mia frase, “di manifestarmi  sottraendomi” – e osservandomi per come sono adesso, penso che sarei stato invece un disertore. È un fatto storicamente noto che sia i fascisti che i partigiani hanno giustiziato i propri rispettivi disertori. Odio il fascismo ma come anarchico ho sempre mal sopportato la prosopopea partigiana. Specialmente quella postuma e posticcia che vede molti scrittori, accademici, cantanti e artisti in genere impegnati in seriali “forme di resistenza” – come essi stessi le autodefiniscono – perennemente in bilico tra distopia, anti-distopia, ecologismo planetario e intellettualismi da branco».