Elena Cornaggia, Monologo addosso

Elena Cornaggia, Monologo addosso
Prefazione di Fabio Scotto
Con una nota di Chiara De Luca
ISBN 978-88-99274-64-1
pp. 80, € 12

Tra slanci e disforie il testo, costituito da segmenti tutti anepigrafi, a indicare la continuità di un unico discorso frammentato e frammentario, vive della costante tensione fra vita e morte di tono per lo più grave, ma pur sempre capace di ironia (“Quando il cervello / è in via di guarigione / prude.”). Infatti appare evidente uno stato di malattia che una qualche guarigione potrebbe o dovrebbe emendare, ma si tratta di una condizione allusa e mai spiegata nelle cause e negli effetti. Rispetto a questa dichiarazione, l’Autrice fa volentieri riferimento al moto di una preghiera che trasformerebbe la scrittura in una pratica in qualche misura francescana, comunque capace di pietà e compassione per sé e per il prossimo, se allude alla necessità di una “battaglia del cuore”, pur se “Dio è lontano” (forse il deus absconditus pascaliano di secentesca memoria dei giansenisti?), ma “[…] riconosce / le mani / di chi / ha lavorato”).
L’intima modernità e contemporaneità di questa poesia, che è un piccolo miracolo di pensosa, uterina naturalezza, risiede nel suo desiderio (ora sogno ora speranza) “che tutte le parole diventassero corpo”, così affrancandole dall’astrazione concettuale dell’escarnazione platonica, direbbe Yves Bonnefoy.

Dalla prefazione di Fabio Scotto

 

Il bambino è senza difese. Con le mani segue assorto la mappa delle cicatrici sul proprio corpo, cercando come un tesoro il senso dell’adesso nel poco che è rimasto, perché innaffiato di pianto possa germinare un nuovo giorno. Per avvicinarsi al bambino occorre spogliarsi, essere presenti soltanto, in aperto ascolto. L’atto stesso della scrittura e spoliazione, rinuncia al superfluo, ricerca a tentoni dell’essenza, “è come spogliarsi / di ogni cosa e diventare”. Cosa? Creatura nuda, che se ne sta in un disparte a osservare, ma “senza bende sulla bocca”, indossando soltanto le proprie parole. C’è una guerra da combattere, che “non è volgare”, non ha alcun fine materiale. È una guerra solitaria dell’essere, fatta d’infinite battaglie “disperate” del cuore, che non conosce inganno o scorciatoie, ma si sporca e dissipa e spende; si spacca e corrompe, lasciando pulite le mani e le intenzioni.

Dalla nota di Chiara De Luca

Tra il sonno
e le parole
ho scelto il vento
che
schiaffeggia le guance
asciuga la bocca
vengono le lacrime
porta via.