Vida Bardiyaz, Un tempio per il dio ignoto

Vida Bardiyaz, Un tempio per il dio ignoto
Manifesto per un dio liberato dalle religioni
Prefazione di Chiara De Luca
pp. 68, € 12
ISBN: 978-88-96263-66-5

Il poeta ha patria ovunque e in nessun dove, ma può trovare sempre rifugio nella lingua del proprio canto. Così ha fatto Vida Bardiyaz, poeta di origini iraniane, da molti anni residente in Italia, eleggendo l’italiano come lingua della sua poesia e sua seconda patria, cui sente di appartenere quanto al suo Paese e alla sua lingua d’origine. Quella di scrivere in una lingua diversa dalla propria lingua madre è sempre una scelta coraggiosa, un gesto d’amore profondo, che ha spesso come esito una estrema cura e meticolosità nella selezione lessicale, e un’attenzione alla musicalità, al ritmo e alle armonie della lingua adottiva superiori a quelle di molti parlanti nativi. La riconoscenza per la lingua che ti ha accolto implica dedizione alla materia verbale, da plasmare con attenzione, nel rispetto di un legame forte con la tradizione di chi ha abitato prima di te la tua patria adottiva.
Il risultato in questo caso è un’opera dal respiro ventoso e dai toni epici, straordinariamente attuale, posta alla confluenza di diverse culture, come un fiume che raccoglie i rivoli delle lingue nell’esperanto della poesia, che ha messo le sue radici nell’aria. Quella di Bardiyaz è una spiritualità universale, frutto di una ricerca dell’assoluto votata alla libertà del sentire. Mai titolo è stato più adatto: il Libro si fa casa per il dio ignoro e per chi è alla sua ricerca, si fa tempio, per accogliere la riflessione e il raccoglimento interiore. La poesia di Bardiyaz è musicale, percorsa da rime, assonanze e consonanze interne. Il ritmo è trascinante, fluviale, regolare, tranne nei punti dove avviene la volontaria rottura, che isola nel bianco le parti centrali del discorso. Le scelte lessicali sono ponderate, a volte sorprendenti o spiazzanti, in ogni caso precise e accurate.
Un tempio per un dio ignoto. Manifesto per un dio liberato dalle religioni è una preghiera profana, un inno all’unica religione che tutte le legittima e contiene, senza annullare le peculiarità di ciascuna: la Libertà. Una libertà che non finisce dove comincia quella dell’altro, ma in essa confluisce, celebrando nell’abbraccio quanto di più alto può l’essere umano. Il libro è suddiviso in due momenti principali. Nella prima parte, quella più nostalgica ed evocativa, Bardiyaz ripercorre esperienze del passato, riporta alla luce volti perduti, sottratti alla cura dalla morte, oppure dalla distanza e da un difetto di attenzione. Nella seconda parte si apre il vero e proprio manifesto. La voce s’innalza in un andamento liturgico, rafforzato dall’epifora e dalla ripetizione, auspicando la liberazione della spiritualità e del sentire individuale dalle strumentalizzazioni che sono state di volta in volta fatte dei precetti delle Scritture, al fine di opprimere, soggiogare, umiliare altri popoli o controllare, indirizzare, manipolare singoli individui. Il dio di Bardiyaz non punisce e non s’infuria, non chiede pegni, sacrifici né guerre nel suo Nome. È il dio della donna oppressa e del cane abbandonato, del povero e dell’emarginato. È un dio che non fa differenze ed esige che facciamo altrettanto. È un dio che non vuole essere abbassato all’umano, ma che l’umano s’innalzi a lui. È un dio che non è buono né cattivo, ma giusto. E la giustizia è il Bene. Il peccato è non perseguirlo vivendo nel rispetto degli altri e di se stessi. Il dio ignoto non è, ma diventa nella somma di tutti noi, come in Simorgh, il mitologico uccello risultante dall’insieme delle trenta creature che volano all’unisono in lui.

Nonna

Quando nonna
era quelle piccole guance rosse
nell’allegra cornice di due trecce birbanti
e quegli occhi grandi curiosi
ardenti nell’incontro tra immagine e sorpresa
il giorno vagava nell’aria
come un aquilone arancione
la realtà
era il continuo volo della fantasia
nei distesi azzurri
la via
la traccia delle libellule
nei freschi cespugli di campanule
e la meta
l’angolo estivo di formiche
in festa dell’abbondanza del cibo
e del lavoro.

Quando il sonno
era colmo del lungo sussurro delle favole
pregno dell’enigma del cielo
e della segreta meta del rivo
quando la voglia del sapere
impudente
divampava fino ai confini di domande
quando le onde inquiete delle dita
si forgiavano nello scrivere
o nel disegnare
nel tocco di una forma
o nella scoperta di un segreto
nonna
era un’aria densa e bianca
che sapeva di pioggia.

Cos’è il cielo?
La casa di Dio.
Chi è Dio.
Dio… è Dio.
E la vastità del mare?
Inghiotte le fanciulle ribelli.
E la destinazione delle vie?
Il buio in un castello orrido.
E il sogno?
È solo per il risveglio.

E così
la vergine trasparenza dell’infanzia
si rigò delle aguzze ombre dei precetti;
i segreti e le libellule
rimasero soli nei verdi sentieri dell’infanzia;
le distese azzurre
si svuotarono della contemplazione;
lo sguardo s’impigliò nello specchio.
La gioventù germogliava nella morbidezza rosea del
petto.
Quando nonna
era un fertile pistillo nello stampo bianco della sposa
il cielo
il cielo, come era lontano.

Il tempo fluiva dietro le finestre,
gli alberelli maturavano in silenzio
e il gonfiore della crescita
sbocciava i bozzoli in farfalle
ma nonna
appuntata nello sterile guscio della casa
era soltanto l’utero e il seno
uno sguardo all’altezza del soffitto, alla lunghezza del
muro
un pensiero pieno di bucato steso al vento.
Dietro le tende chiuse
e nel torpore della mente
l’azzurro fluente dell’orizzonte
si rapprendeva nello stagno della finestra
e il morbido flusso delle dita
nella forma di un utensile che sapeva di cipolla.
Dietro le tende chiuse
e nel torpore della mente
il cielo era un senso disperso
fra la preghiera
e il punto in cui i letti raggiungono la notte.

Ora nonna è morta
ed è nostalgia quel luccichio umido negli occhi.
Nostalgia della madre:
di quelle mani, prodighe quanto l’amore
dell’abbraccio che sapeva di latte e di rifugio.
Nostalgia della moglie:
di quel corpo arreso alla brama e all’ira
la nostalgia delle spalle che facevano giungere dal muro
alla finestra.

Ora nonna è morta, ma
nessuno ha nostalgia della fanciulla dagli occhi grandi
e curiosi;
nessuno pensa alla metamorfosi del fine in mezzo
e della nonna in femmina;
nessuno si chiederà mai
quell’inquieto flusso delle dita che messaggio avesse.

Domani.
Quando il domani
accenderà di nuovo il giorno nelle finestre
la bufera del tempo soffierà nelle trame della stasi
e nonna
sarà il posto vuoto di un vaso
nella polvere sul tavolo
nel passaggio del vento

Genova 83-85