Maria Teresa Giustozzi, 22 tracce

COLLANA CHIARA – poesia italiana contemporanea
Maria Teresa Giustozzi, 22 tracce
Prefazione di Stefano Serri
ISBN: 979-12-81236-45-5
pp. 58, € 15

 

  1. È sempre da trovare, il nome delle cose. Abbiamo questa lingua, che procede a scatti e scarti (questo non si chiama come quello) o per tentate somiglianze (questo si chiama anche così), lingua che si accoppia ad altre e si affina nelle differenze. Esistono colori, emozioni, piante, società intere che la nostra lingua non comprende e che tentiamo di spiegarci attraverso interminabili parafrasi o traballanti scale di riferimento. A volte, la lingua non riesce a convincerci e una cosa che tu, con il dizionario, definiresti in questo modo o quest’altro, la mia infanzia, i miei viaggi o i miei sogni mi dicono di chiamarla con un altro nome.
  2. Ci aspetta, nel titolo di questo libro, oltre al numero, la parola tracce, con i suoi molti e possibili significati: orme, sentieri, minima presenza, brani musicali, abbozzi di testi o libri a venire – e tanti altri ancora. In queste pagine, le diverse possibilità racchiuse nello scrigno di questo termine non vengono mai accantonate; una volta abbiamo «una traccia fatta di voce, scavata nei corpi come un respiro», oppure «il profumo di tracce lasciate ancora vivo»: si avverte, necessario e mai febbrile, intuito e desiderato, un bisogno di orientarsi, di percorsi, non per uscire ma per trovarsi. Tra luoghi selvaggi e labirinti onirici, che sia buia o luminosa, la traccia permette a chi scrive di raffigurare e dire le cose, anche quelle che non esistono, «seguendone la traccia da un frammento di nome, da una lieve immagine». Ma dopo? Cosa rimane, cosa ci si lascia dietro, cosa sono il libro, il testo, il verso, se non indizi di un futuro ricostruire, e nuovamente tracce?
  3. E che modo è, fare poesie che non vanno a capo, tranne qualche verso vero qua e là? Perché non trasformare in poemetti queste prose, conquistando così qualche pagina in più? Andare a capo non lo so, se allunga la vita, ma di certo allunga il libro. E perché i poeti scelgono a volte di non fermarsi, di travolgere lo spazio bianco che li aspetta rinculando a fine verso, e continuare? Perché ci appare strano, nelle poesie, quello che invece accettiamo senza porci domande nella vita di ogni giorno? A volte scrivere una parola dopo l’altra, senza interruzioni strategiche (o scenografiche), non è un arrendersi, né un accontentarsi, ma il percorso più breve tra A e B, è la musica più onesta che possiamo suonare, oltre la nausea delle sillabe. E ci fa anche risparmiare un po’ di carta e fiato.

 

Dalla prefazione di Stefano Serri

 

 

(1)

 

 

Il sogno inizia con la sua prima immagine, un tenue chiarore, un brillare nell’oscurità del sonno, un farsi colore e forma dall’ombra. La sostanza sognata è come l’acrobata che cammina su un filo teso tra le dita delle mani di un gigante: quando il suo percorso sarà finito, svanirà, riportando su di sé l’ombra, per cambiarsi in un altro sogno.

Il sogno attira germi di segni: ogni dono del mondo, e ciò che speriamo, insieme a ciò che ci atterrisce, ciò che rimane in noi della paura, – e fa eco nel fondo delle ferite, e riporta in vita l’ombra del male che le ha scavate.

Resta oscuro il cuore nel sogno, per un sortilegio, per un veleno – e forse può ancora comprendere. Sempre oscuro, nel sogno, come e più di lei oscuro – lei che sta in me, lei che è sola e in nessun altro luogo può vivere se non in me, persona del mio e del suo sogno.

 

 

 

 

(6)

 

 

Vi sono sogni che impongono di rispondere a un richiamo, che è il segno della propria morte, eppure sa rendere salva la vita; quei sogni significano essere ancora in vita. Sta nel sogno il senso della metamorfosi, una traccia fatta di voce, scavata nei corpi come un respiro. Forse è la mia anima che appare nascondendosi dietro un raggio di luce, e così nessuno può fissare gli occhi sul suo volto, nemmeno io – ma quella luce è solo un riflesso del mio cuore. Tutto trascorre, in superficie, senza sprofondare. Allora la terra sembra sgombrarsi, non appena il vento spazza via dal suo spazio i suoni. Tutte le lettere torneranno al silenzio.

Ogni giorno il mio corpo decide la sua morte. Ad ogni respiro, io gioco a vivere, e ancora vivo, e sento. Sbriciolo il mio terrore, fino al più piccolo frammento di paura. Altro dolore viene, cancella la parola che avevo trovata nel fuoco che ancora mi guarisce, lo stesso fuoco acceso nell’abisso della paura, che ha pareti di cera. Che il mio fuoco non cada nel giorno, quando finisce il mio sogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

(7)

 

 

Mi svegliava un sussulto; mi riconoscevo nella luce e insieme nell’eco, nel riflesso dell’ombra. Ho trovato vivide immagini accanto all’ombra più estenuata, un fantasma che ricopre un fondo di pietra e metallo. Mi è rimasto il mio corpo addormentato, e solo quello mi appartiene. Avrei voluto fare qualcosa che nemmeno io sapevo, – far tornare tutto com’era, o come non è mai stato – ma ora è rimasta solo luce, e non posso più fare nulla. Volevo cercarmi parole mie, volevo incontrare altre parole. Non avevo altro se non l’ombra, dove riposa ogni suono, lontano dalla parola detta, fino all’oblio di ogni cosa. Non avevo altro se non lavorare le parole come oggetti vivi, e le cose allo stesso modo. Non avevo altro se non cercare il disegno in cui si compone la linea delle cose, come se dal disegno nascesse qualcosa di nuovo davanti ai miei occhi. Non avevo altro se non credere che il destino fosse indovinare nel nulla un numero. Il destino implica un’appartenenza, così come il nulla implica una creazione, e una rinuncia, una perdita. Non avevo altro che racconti: un racconto, come marea, può inabissarci, divorarci, e occorre scegliere di restare nella propria vera vita, oppure scegliere di lasciarsi portare. Se mai esistesse un’esperienza pura delle cose in se stesse, vedremmo ogni cosa riaffiorare dalla terra, ogni mareggiata riversare i suoi relitti dove la risacca, continua, si abbatte e ritorna in se stessa.

Qui il sogno comincia – qui il sogno finisce.

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