Michele Nigro, Pomeriggi perduti

Michele Nigro, Pomeriggi perduti
ISBN 978-88-99274-51-1

pp. 118, € 12

Come un cronista al servizio della poesia, il poeta fa l’inventario del reale, accogliendo le sue più disparate manifestazioni, accogliendo il grido dell’arrotino e il borbottio del metoo, le menzogne del quotidiano e le sperdute parole d’amore che il vento soffia all’orecchio nella solitudine delle strade deserte, nelle albe di città sconosciute, cui tornare in cerca di quello che si è perso altrove, il ricordo degli indimenticati volti amati, dei desideri rinunciati.

L’inventario della poesia disdegna quello di cui la maggior parte della gente si cura e cui tutto tende, e si sofferma su beni più preziosi e duraturi, tesori sepolti nel silenzio, solitudini sorelle in brevi scorci di natura e luoghi consueti nel deserto cittadino.

Il poeta cronista sospende il giudizio sulle cose che vede, sui fatti e sulle persone. Si pone al livello del reale, o più sotto di qualche gradino. Da laggiù guarda il mondo e lo abbraccia, perché nulla di ciò che vede è indegno di essere detto, in versi che non perdono mai il filo del ritmo, ma inglobano anche quel che è in apparenza banale o irrilevante, per farne musica, una musica unica e alta: la colonna sonora della nostra quotidiana esistenza.

Preoccupato di non escludere nulla di prezioso dal suo inventario, il poeta aguzza tutti i sensi, tende l’orecchio al «suono lontano di una campana», posa lo sguardo sui «monti definiti dall’ultima luce», risponde in silenzio al «saluto di un amico che studia la psiche». Ma soprattutto custodisce con caparbia la memoria, volge gli occhi alle «comuni radici cui bisogna ritornare», prende la tradizione e la piega, la sporca e contamina di presente e scava, come «il vecchio e il suo cane / in cerca degli anni perduti / sotterrati chissà dove».

Dalla Prefazione di Chiara De Luca

Grado Celsius

Con l’arrivo dei primi caldi
di notte
dalla finestra aperta
mi raggiungono psicosi da strada.
Uno che vagando tra i vicoli
geme un lamento “mamma! mamma!”
crisi d’astinenza dalla vita
una sirena insonne tra i miei sogni
colpi disperati di campana
schiamazzi da calura
e coltelli facili.

Amo il gelo che tutto acquieta
sotto un velo immobile
molecole indecenti si placano,
cerco l’inverno che zittisce
come severo maestro
i dolori infreddoliti del mondo.

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