Conceição Lima, La dolorosa radice del micondó

Collana Stonechat – Poesia africana
Conceição Lima, La dolorosa radice del micondó
pp. 138, € 12

Conceição Lima si addentra nel ventre della terra, scava a fondo nella storia del suo paese, disseppellendo scheletri, rievocando errori, sferzando con ripulsa e lucido sarcasmo l’ingiustizia e la tirannide, che hanno ovunque nel mondo il medesimo volto beffardo. Il deserto di cui vuole parlarci non è quello delle cartoline e delle foto di mestiere, non è quello della meraviglia che dura il tempo di una visione, ma l’altro deserto, quello dei “coaguli che minano / la fibra del paesaggio / della tomba nei pilastri della Città / e delle parole morte, assassinate / che incessantemente rinascono comunque.”
Altre poesie ci portano invece in quell’“utero della casa” che è anche tema centrale del libro d’esordio della poetessa (O Útero da Casa, 2005). In questo movimento concentrico, permangono l’utilizzo dell’inversione sintattica e una certa solennità del dettato, ma il ritmo martellante sfuma spesso nell’andamento cullante di una nenia o nella musicalità avvolgente della preghiera sussurrata. In queste poesie più intime, il dettato è più asciutto eppure meno immediatamente accessibile, in virtù di una maggiore ricercatezza delle immagini, di metafore inconsuete e accostamenti desueti e sorprendenti. Conceição Lima spazza via la polvere dallo specchio della memoria, facendo riemergere sulla pagina il volto vivido di chi solo all’apparenza se ne è andato. L’infanzia violata dei bambini massacrati che popolano tristemente l’ospedale del suo paese si contrappone all’infanzia trascorsa serenamente dalla poetessa nell’utero di una casa costruita sulle fondamenta solide della comunanza e delle tradizioni, radicata come il micondó nella terra, al centro di quel grande cortile in cui i bambini correvano, ignari del male, sotto lo sguardo avvolgente degli adulti, nutriti del loro amore e della loro cura.

Dalla Prefazione di Chiara De Luca

IGNOMINIA

Mentre il filo del machete
avanzava sulla paura asserragliata
il mondo stiracchiava una palpebra —
esitava.

E quando l’occhio della telecamera
sventrò infine il silenzio
una metodica bufera aveva arrossato
per sempre i campi e le acque.

Le coscienze
che nell’universo ordinano il caos
instaurano l’urgenza dei resoconti
e le statistiche degli scheletri.

Il Ruanda ancora conta i crani dei suoi figli.

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