Eva Bourke, Piano

Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea
Eva Bourke, Piano
ISBN: 978-88-96263-59-4
pp. 248, € 12

La lingua di Eva Bourke è sempre musicale, pur nel repentino variare delle andature, dal ritmo spezzato, sincopato e pausato di alcuni testi, al morbido fluire del verso lungo in altri e fino alla cascata senza appigli di punteggiatura e pause della prosa poetica. La Bourke è poetessa fine e sa forgiare un verso sempre elegante e “letterario”, misurato e in equilibrio sullo spartito della pagina, anche laddove canta situazioni e circostanze all’apparenza banali, quotidiane, quando non umilissime o meschine, anche quando indulge nel parlato e nella rievocazione frammentaria. C’è un amore di sguardo che avvolge e un abbraccio d’anima che tiene il mondo, ora con dolcezza ora con violenza. C’è il desiderio di nominare cose e persone, di spazzare via la polvere dalle vecchie foto, di riaprire antichi armadi e scendere nel buio di cantine e sotterranei dimenticati, o soltanto accantonati nel buio che li inghiotte al rogo vorace del dolore. In questa raccolta poetica la Bourke stessa si fa strumento, si fa “anima del piano”, cui l’ebanista diede per compito “obbedienza e risonanza”, lasciando vibrare liberamente le corde del proprio intimo sotto le mani impietose e sicure della poesia, che strappa al poeta la voce dalla gola, diffondendola nell’aria.

Dalla Prefazione di Chiara De Luca

Caro poeta, qui non abbiamo cortili, né fontane
a scalare vette architettoniche maestose, ma stazioni
della Texaco, investimenti immobiliari, condomini,
meschini, con doppi vetri, serrati. Sotto un plotone
di gabbiani – grandi mostri – in viaggio verso grondaie,
cornicioni, strade notturne illuminate a giorno,
mezzanotte è zeri e trattini su uno schermo digitale.
Abbiamo l’Andromeda scritturata – geometrie sottili
di stelle turbinanti attorno a un vuoto – via satellite.
Di notte ogni tanto tornano ricordi, vizzi e crudi. Edera
estesa sopra muri divisori, buio odore amaro. Stanotte,
i miei passi riecheggiano sopra il pavimento,
vorrei che come te, i venti tornassero, da nord
e ancora più violenti, a spazzare angusti sentieri
ripulendo la mente incerta e speranzosa.
Che dire ai bollettini di guerra, l’infinito gocciolio
da nere fognature? Le luci spirano tremando,
le montagne sulla baia, una massa critica,
sono nere e compatte, il vento è litigioso
più che mai, tempo cola lungo il vetro.
Invece, scambio parole con i morti, con la morte
con la morte che è viva e sana e scalcia.

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