Collana Alfabet –Poesia nordica contemporanea
Traduzione e postfazione di Bruno Berni
Morten Søndergaard, Samarcanda
pp. 56, € 12
ISBN: 979-12-81236-43-1
I quattordici componimenti di Samarcanda qui pubblicati per la prima volta in italiano costituiscono una delle sei sezioni – forse quella davvero centrale, perché riassume tutti i temi della raccolta – che compongono il volume Døden er en del af mit navn, che in copertina riporta la riproduzione di una sutura cranica, sulla quale tornerà nel testo. Il titolo gioca tra il danese e l’italiano, idioma acquisito in cui il gioco diviene davvero comprensibile: la traduzione letterale è infatti «La morte è una parte del mio nome». Nella lingua madre del poeta, Morten è un nome non insolito e senza funeree assonanze, per chi come l’autore abita in Italia è esperienza quasi quotidiana vivere – come racconta in un componimento del volume – un sussulto, un passo indietro, un filo di sgomento negli occhi di chi lo ascolta pronunciarlo. Al punto che, racconta, spesso preferisce scandirlo con i nomi di città: «Modena, Orvieto, Roma, Torino / Empoli, Napoli» o dichiararsi «Martin».
Lungo tutta la raccolta Søndergaard si mette in dialogo con la lingua di cui la poesia è composta, componendola con il suo interesse per il suono e l’uso della singola parola, o modificandola come nel tentativo, nel componimento Bøjningsformer [Forme di coniugazione], di coniugare il proprio nome e cognome secondo le forme del verbo danese, dall’infinito al futuro, passando per presente, preterito e passivo. Oppure affonda nel ricordo, come nella prima sezione, dedicata al padre, recentemente scomparso e ricordato di nuovo nell’ultima raccolta, Til, del 2023.
L’assoluta originalità di Morten Søndergaard è sempre densa di rinvii interni, riprese di singoli temi, persino recupero di interi brani della propria produzione, con valenza sempre nuova, a riprova del lavoro continuamente in fieri del poeta. Allo stesso tempo l’autore è in continuo dialogo con gli elementi di una vasta tradizione poetica – danese, europea, internazionale –, che a sua volta mette in dialogo tra loro, da Rilke a Gilgamesh – la sua traduzione porta in epigrafe una citazione dell’autore austriaco sul poema accadico –, da Hafez a Pavese, da Borges a Georges Perec a Inger Christensen, modello poetico più che fonte di ispirazione. Così avviene in Samarcanda, dove la stessa forma in quartine è implicita citazione delle Ruba‘iyyat di Omar Khayyam, resa poi esplicita citando ripetutamente l’autore persiano nel testo, e tramite Kahyyam, di riflesso, con una associazione spontanea nella poesia danese, Henrik Nordbrandt – scomparso nel 2023 a Copenaghen –, che sulla forma delle quartine di Khayyam aveva costruito nel 1986 uno dei suoi libri più belli, Il tremito della mano a novembre.
Dalla postfazione di Bruno Berni
Il servitore dell’emiro incontrò la Morte al mercato di Bukhara. Quando vide che gli faceva un cenno, corse dall’emiro per chiedergli il cavallo migliore, perché voleva andare a Samarcanda – più lontano possibile.
L’emiro chiese poi alla Morte di andare a palazzo, voleva sentire perché avesse spaventato il suo servitore. La Morte rispose: Non avevo affatto intenzione di spaventarlo. Ero solo sorpreso di vederlo qui, perché ho un appuntamento con lui domani a Samarcanda.
L’autobus per Samarcanda parte alle otto
ma è in ritardo, e il tempo
pare non seguire più
le stesse regole, se poi
esistono regole per il tempo. La
corrente è saltata, e non c’era
acqua in albergo. Abbiamo
fatto colazione al buio.
Fuori dalla città, Ulug Bek
catalogò le stelle
e calcolò nel 1410 la rotazione
della terra intorno al sole
con cinque secondi di scarto
dal tempo astronomico.
Se poso il pollice della
mano destra sul Polo Nord
la terra gira e gira
in direzione delle dita.
Il tempo si è aperto
in un delta, e da quando
ti ho incontrata ha iniziato
ad andare all’indietro, e quando
ti ho vista sullo schermo ieri
i tuoi capelli erano il Mar Rosso
nel quale ho una gran voglia
di annegare. È insieme
cosa facile e confusa
che tu sia un’altra
e che il tempo abbia preso
una svolta nel bel mezzo
di tutto, come se noi
fossimo morti nel bel mezzo
di tutto: ascolta
la Morte parla nel sonno
forse sta sognando
noi?
Sono andato a Samarcanda
per scrivere una poesia sulla morte
e non sono certo
il primo che è andato
a Samarcanda per scrivere
una poesia sulla morte.
Omar Khayyam alza lo sguardo
verso il cielo, sta seduto
nella calura meridiana e gioca
con una moneta che
lancia in alto
nell’aria e lascia
cadere sul tappeto del caso.
Il vento si alza
e noi dobbiamo
cercare di vivere –
io gioco con le lettere
di Omar, le lancio in alto
nell’aria e cadono
sul tappeto del caso:
Ramo e Mora e Roma e Amor
anche la Morte gioca
gioca con le parole –
gioca con lettere
e cose e animali
e uomini e li lascia
cadere sul tappeto del caso.
La Morte si finge uomo.
La Morte si finge donna. La Morte
si finge Afrasiab. Asmara.
Zarafshan. Samarcanda.
La Morte si finge struttura cristallina.
La Morte si finge aminoacido.
La Morte si finge felce e alga e palma.
La Morte si finge vita e intelligenza.
La Morte si finge dolce pioggia estiva
che d’improvviso inzuppa i vestiti.
La Morte si finge Diaspora e finge
che dentro la parola Diaspora ci sia
la parola Paradiso.












