Werner Lambersy, Diario di un ateo provvisorio

Collana Orly – Poesia belga contemporanea
Werner Lambersy, Diario di un ateo provvisorio
ISBN 978-88-96263-07-5
pp. 198, € 12

“La bellezza è l’ultimo ostacolo / da opporre alle dittature “, scrive Werner Lambersy nella poesia di apertura del Diario, che funge da la iniziale e da dichiarazione di poetica al contempo. Perché la ricerca della bellezza è fine primario della poesia di Lambersy. E con bellezza s’intende qui l’intensità del sentire, sinonimo della verità della parola, con tutte le sue “esorbitanti promesse”. Sia che essa descriva il dolore – “di cui so che ha / a che fare con la bellezza” –, la solitudine, l’assenza, la tristezza, sia che essa descriva la gioia, la pienezza per un istante raggiunta, la presenza.
“La libertà è lo spazio che lei [la bellezza] / esige per la sua ambasciata”. Libertà dalla pericolosa leggerezza e ipocrisia di una società consacrata all’effimero, in cui si “uccidono vìolano / assassinano continenti”; in cui “un proiettile in testa / è l’argomento dei credenti”; in cui “La fame è l’arma anonima / delle multinazionali”. Mentre la poesia “fugge su una navicella spaziale e / guarda il vuoto”. Ma il vuoto qui non è sterile, è il luogo in cui ha origine la creazione, è entropia “che ci riporta a quel tutto / in se stesso risolto”.
Così mentre “un miliardo di sordi / parlano al computer / a cinque miliardi di muti”, mentre “surfiamo, scivoliamo” alla ricerca del momentaneo brivido che chiamiamo “emozione”, sentendoci in tal modo dispensati dal pensare, il poeta tenta di restituire alla parola la pericolosa pienezza della sua valenza comunicativa, il potenziale incontrollato che la oppone al silenzio, dove confluisce un inesausto turbinare di voci senza suono.

Dalla Prefazione di Chiara De Luca

Qui
incollati a questa assenza
come la pelle di un grande ustionato

che si stacca a lembi

custodiamo l’elogio del
poco
e onoriamo il nulla

per l’esorcismo necessario

e l’esercizio temerario del
bello

per lo slancio dei nostri sensi

e il rigore monacale delle nostre
ambizioni

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