Theo Dorgan, Nove lucenti corpi celesti

Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea
Theo Dorgan, Nove lucenti corpi celesti
ISBN: 978-88-96263-35-1
pp. 274, € 12

Molta poesia di mestiere l’amore lo confonde con la fragilità del desiderio, con una vaga idea fatta di distanza, d’assente presenza di creature impalpabili, più o meno immaginarie, nell’epigonale omaggio a una sorta di trito petrarchismo post-moderno. Nove lucenti corpi celesti colpisce perché invece l’amore lo dice, lo dipinge, lo tocca e ce lo fa toccare, respirare. Che si tratti dei nove corpi ormai stellari e all’apparenza distanti, o dell’astro che gli vive accanto e lo abita, il poeta ritrae i volti degli amati, ne anima nei versi i corpi, ci fa avvertire la concretezza dei gesti, la vitalità degli sguardi. E ci sembra di vedere la moglie pittrice all’opera, le mani ricamate dai colori che dalla tavolozza passano alla tela, mentre con il poeta ce ne stiamo in disparte; ci pare di sentire l’odore del tè, di udire i passi accorti degli amanti nel calore di una casa divenuta per noi di verso in verso, di silenzio in silenzio familiare. Ci sentiamo quasi indiscreti, eppure grati del privilegio di condividere la straordinaria normalità delle loro esistenze, fuse dal lavorio di una lunga esperienza di vita condivisa; sentiamo tutta la gravità e la meraviglia dell’amore, partecipi di un volo immobile oltre le parole, privo di egotiche pose affannose, improbabili iperboli e fumose proiezioni idealizzanti, immersi nel conforto ormai sempre più raro di una umanità reale.

Dalla Prefazione di Chiara De Luca

Un bimbo morto sta in piedi sotto una palla che cade,
raccogliendo il futuro nel suo slancio verso l’alto,
uno sputnik vuoto che si tuffa a terra,
e il vento che lo colpisce in volto
è il vento del mondo che lo ha perso,
vento di gennaio del mondo quando lui è morto.
La notte mi fa sbattere la finestra e lui è sul prato, fuori,
una città dove non è mai stato, la palla che ancora cade,
una luna invernale piena nel cielo,
e un vento dalla luna spazza il bimbo morto via, via —
amico della mia infanzia com’era caldo il tuo sangue,
elastici e puri il nostro respiro e le ossa.
Ora sono rigido e stanco e freddo. E tu non sei.

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