Eva Bourke, La latitudine di Napoli

Snáthaid Mhór – Poesia irlandese contemporanea
Eva Bourke, La latitudine di Napoli
ISBN: 978-88-96263-33-4
pp. 218, € 12

Poesia della bellezza di fiori, piante e insetti, animali, poesia dei volti cari che sono accanto, o perduti, o abbandonati, o portati via dal tempo e dalla morte. Poesia del mare, di cui la Bourke sarchia il fondo alla ricerca di sconosciuti tesori, di cui contempla il moto incessante e le trasformazioni, riconoscendole dentro di sé e tra le curve improvvise, i flussi gelidi, le pozze ferme e le cascate vivaci della propria esperienza. Poesia delle infinite mutazioni metamorfiche del cielo grande corpo di misteri, esposto allo sguardo che lo taglia e seziona senza mai poterlo piegare alle sterili misure della ragione. Poesia delle erbe e delle spezie, cantate a una a una, nobilitate, di-segnate, come tutto ciò che cade sulla tela del foglio di questa poetessa tanto presente nell’atelier dell’artista che – con “un pennello avvelenato come un bisturi” –, vorrebbe “incidere il cuore del mondo”, “per la fame insaziabile di addentarne ancora”, per “dissezionare l’ombra”, riportare la luce alla luce, osservarla di nuovo danzare tra le proprie creature, riconoscerla negli sguardi scambiati o negati, oscurati o di nuovo accesi nell’incontro. Nel ricordo che non sfuma, che cerca conforto tra le pieghe di vecchie foto, tra gli appunti scritti sulla carne dal tempo, sbiaditi sulla pelle dalla distanza che non annulla, che mai ci cancella portando via nel vento il tesoro della nostra esperienza, che riaffluisce, come i “borsellini delle sirene”, risospinta sulle rive del presente dalla risacca del tempo, tra le onde capricciose e imprevedibili della marea dei giorni.

Dalla Prefazione di Chiara De Luca

[…]

In equilibrio sul ciglio dell’abisso di noi stessi
perduti in visioni d’amore reso alla città,
grande bestia ferita distesa sotto la pioggia.
Da facciate multimediali un alfabeto kitsch venne lavato
via, sparso sull’asfalto e calpestato dai taxi.
Ancora più giù, dove gli edifici divenivano più distanti e
altezzosi, con gli arsenali tirati ancor più a lucido,
il parco sfogliava la sua verde storia di copertina.

Il mio compagno diceva che c’era una correlazione
tra la sua tristezza e l’acqua che cadeva dal cielo.
Poesie erano inscritte sui tratti del suo arguto viso gentile.
La nostra stanchezza divenne tanto immensa che quasi non riuscivamo ad alzare gli occhi alle cime avvolte
da fasce luccicanti di nebbia,
una pigna art nouveau nuotava come un miraggio
sopra le cime dei tetti della città.

[…]

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