Arben Dedja, La manutenzione delle maschere

Collana Swallow – Poesia della migrazione
Arben Dedja, La manutenzione delle maschere
ISBN 978-88-96263-24-2
pp. 92, € 12

“La manutenzione delle maschere di questa raccolta è un implacabile esercizio dissacratorio, operato con scientificità attraverso la procedura esatta ed esperta dell’autopsia; tramite cioè la scomposizione anatomica, imparziale, della materia, nel momento in cui la morte, come unica realtà, conferisce finalmente a ogni cosa il posto che le spetta.
In controluce è sempre presente la politica albanese, con la dittatura, la corruzione, la miseria, ma interpretata con il filtro della democrazia dei sentimenti e dei destini, in cui anche la polemica sociale – si veda ad esempio “La presentazione” (p. 17) o “Ispezione chirurgica” (p. 21) – ritorna senza nessuna presa di posizione politica, semplicemente perché gli ultimi incarnano l’elementarità organica della vita, e le vittime designate di una congenita stupidità di specie; come ad esempio in “Aquila bicipite”, in cui tutto il dramma balcanico sembra ridursi ai colpi di scena di una comica charade (p. 83).”

Dalla Prefazione di Mia Lecomte

“Sono sempre stato circondato – trovandomi benissimo – da persone che non si interessavano di poesia. Penso che la mia tendenza a versificare – all’inizio si trattava di questo – la considerassero una forma benigna di svitamento. Poi durante l’adolescenza, quando i pochi libri belli in circolazione li divoravo in un battibaleno nelle letture delle mie notti solitarie, il resto della vita mi sembrava di una noia mortale. Così ho iniziato a scrivere (e a tradurre poesia) più seriamente. Più seriamente, ma non in modo serio, poiché scrivevo soprattutto per sfuggire alla noia e (inconsciamente) per nutrire le mie amicizie, frequentazioni ed esistenzialità con persone fuori dalla poesia. È, forse, per conciliare tutto questo che la scrittura si è lentamente modellata con le sue (credo) caratteristiche di oggi: leggerezza e (auto)ironia. A dispetto della persona timida e solitaria che sono, una poesia un po’ ammiccante e giocherellona. E triste. Cin cin!”

Arben Dedja

Il discorso del Leader
Si mangiava cocomero nelle ultime file.
L’atmosfera era quella dei
momenti storici:
la sala in penombra
pronta ad essere illuminata
dalla marea di applausi.
In prima fila
si notava una stanchezza
di chiappe penzoloni
tra i veterani.
Quando nel mezzo
di una lunga frase fece una pausa
e respirò profondamente si sentì
il tic-tac
dei tagliaunghie (invenzione cinese).

Fjala e Prijsit. Dikush hante shalqi në rradhët e fundit. || Atmosfera ishte ajo e | çasteve historike: | salla në gjysmëterr | e gatshme të ndriçohej | nga batica e duartrokitjeve. || Në rresht të parë | vihej re lodhje | tulesh të lëshuara | te veteranët. || Diku në mes | të fjalisë bëri një pauzë | ku mori frymë thellë u dëgjua | veç tik-taku | i prerëseve të thonjve (shpikje kineze).

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